10 aprile 2016

Veloce come il vento, il vero capitale di credibilità

A ben pensarci, non sono poi così pochi i film italiani che, negli ultimi tempi, hanno tastato il terreno per trovare nuove strade al cinema nazionale. Anche escludendo gli outsider per natura (da Gianfranco Rosi a Pietro Marcello), e rimanendo nella produzione ufficiale, abbiamo avuto ben due tentativi - uno dall'alto e uno dal basso - di appropriazione del mito supereroistico (Il ragazzo invisibile e Lo chiamavano Jeeg Robot), un noir metropolitano (Suburra), un dramma sottoproletario (Non essere cattivo), una tragedia surreale napoletana (Per amor vostro), due melodrammi con venature crime (Alaska e Gli ultimi saranno ultimi), thriller metafisici (In fondo al bosco), opere mercuriali e inclassificabili (La felicità è un sistema complesso) e ora Veloce come il vento. Ci si può lamentare degli incassi, certo, sovente non esaltanti e irritarsi per la battaglia spesso vinta dalla ossessionante produzione di commedie. Ma non si può continuare ad affermare che il cinema italiano non fa nulla per uscire dal cul-de-sac. Il film di Rovere, per esempio, pur con tutti i suoi squilibri, ne è esempio sorprendente. Uno di quei film per cui, fortunatamente, non è necessario applicare per forza il concetto di eccezione culturale. Veloce come il vento basta a sé stesso e soprattutto costruisce la sua propria letteratura, senza bisogno (se non a livello di esempio narrativo) di imitare sommariamente il cinema americano. Se The Fighter è il modello di riferimento (ma tutto il cinema del "coming back", in fondo), e se il problema da risolvere era ovviamente quello dell'azione, delle gare e degli inseguimenti (brillantemente risolto), il resto della farina proviene dal sacco geografico e antropologico nostrano. Curioso che non si fosse pensato prima di dare una parvenza epica e cinematografica alla mitologia motoristica che circola tra Emilia, Romagna e prime Marche - diciamo da Imola a Tavullia - dove le generazioni che si succedono alla guida di moto e auto si perdono nella notte dei tempi. Nei paddock e nei motorhome, intorno ai circuiti di provincia e sui camion che trasportano l'attrezzatura, circolano da decenni storie e biografie, leggende e racconti orali, come quelli che sono arrivati alle orecchie del regista e che hanno permesso di mescolare un po' di storie vere con una sceneggiatura molto territoriale. Il rebus, per il cinema italiano, è sempre lo stesso: come trasformare in epica credibile, non senza tocchi tragicomici e momenti di ironia ovviamente, qualcosa che per il nostro pubblico è legato indissolubilmente alla cronaca sportiva o alla dimensione mondana tout court. In effetti, non si tratta forse del medesimo sforzo compiuto da molta scrittura industriale contemporanea, quella di dimostrarsi competitivi in ciò che il collettivo Wu Ming qualche anno fa chiamò "new italian epic"? Ovvero riuscire a scrostare di dosso a vicende telegiornalistiche il sapore del campanile e della rivalità per accedere al livello della materia puramente narrativa? Da Gomorra a 1992, molta fiction italiana di qualità lavora in questa direzione, e Rovere fa lo stesso con quel mondo che - per molti di noi - è legato al divano e al piccolo schermo, al suono vagamente torpido dei motori che sfrecciano curva dopo curva, e al tifo sfegatato per una marca o un pilota. Per fortuna, Veloce come il vento è un film rumoroso, e chi lo ha potuto vedere in sale attrezzate a reggere un volume adeguato, ne è uscito quasi assordato. Giustamente. Perché se talvolta fanno tenerezza le modalità con cui è stato girato (per esempio) un inseguimento in città - ottenuto ricorrendo soprattutto al suono dello stridio e della sgommata, senza poter rappresentare catastrofi urbane - il resto del film trasuda una sua credibilità e una autonomia espressiva che probabilmente rappresenta il vero capitale di credibilità da spendere sul mercato del buon cinema italiano.