22 giugno 2016

Quantum leap, o Della serie tv più fica di sempre

Intorno al 1992, il giovanissimo George Rohmer doveva ancora essere propriamente sverginato da X-Files, che un paio di anni dopo avrebbe totalmente scosso il suo mondo, cambiando la sua percezione delle serie TV e della fantascienza seriale per sempre. Nel 1992, il giovanissimo George Rohmer si piazzava davanti al televisore con questa fazza qua
e si sparava una delle serie più belle mai concepite da mente umana. La mente di Donald P. Bellisario, uno a cui bisognerebbe fare un monumento. Prolificissimo sceneggiatore e produttore, Bellisario ha creato anche una serie poco nota come Magnum P.I., per dire, ma per il giovanissimo George Rohmer, quando partiva questa sigla qua

non c'erano cazzi, il mondo spariva e iniziava L'AVVENTURA.
Ma ora basta con questa baggianata della terza persona che poi sembro un megalomane tipo il Dottor Destino. Sin da quando ne ho memoria, sono stato letteralmente ossessionato dai viaggi nel tempo. Ma tipo che non solo mi vedo qualunque cosa abbia le parole “viaggi nel tempo” nella sinossi (e qualunque cosa con la parola “dinosauri”, ma quella è un'altra storia), mi vado anche a leggere le teorie sul viaggio nel tempo su Wikipedia, senza capirci una mazza ma sempre col sorriso sulle labbra. Gran parte di questa fascinazione la devo sicuramente a Ritorno al futuro, film che ha definito una generazione come pochi altri. Ma l'altra grande fetta di responsabilità ce l'ha proprio Quantum Leap, aka In viaggio nel tempo.
Like bosses

Si diceva, statua a Bellisario. Beh, Quantum Leap è chiaramente una serie d'altri tempi, senza trama orizzontale, tutta incentrata sui casi “verticali” che ogni settimana Samuel Beckett (un caso che si chiamasse come l'autore di Aspettando Godot, lui che agiva inconsapevolmente per conto di Dio? Mmmmh) doveva “risolvere” per fare il salto successivo. Il classico canovaccio del monster of the week che ogni serie prima dei Soprano seguiva. Eppure – e di nuovo torniamo a bomba sul concetto di statua a Bellisario – quanto è geniale la premessa di Quantum Leap nella sua semplicità? Scienziato salta nel tempo di identità in identità, salvando vite e impedendo disgrazie con l'aiuto del suo migliore amico che gli compare sotto forma di ologramma dal futuro. BOOM. Semplice, lineare, cristallino. Non c'è bisogno di aggiungere altro per ingaggiare lo spettatore e non perderlo mai più. Ma, cosa che oggi difficilmente si può fare, il punto di forza di Quantum Leap stava anche nel fatto che potevi entrarci in qualsiasi momento. Perfino la serie iniziava in medias res: nel primo episodio, Sam era spaesato e non capiva perché nello specchio vedesse il riflesso di un'altra persona. A quel punto interveniva Al e spiegava l'inghippo.
“Se non avrai successo, i400Calci non sarà mai creato”. “Oh, mamma!”

Non che mi stia lamentando delle serie attuali, non voglio certo fare quello che “Si stava meglio quando si stava peggio” e “Una volta qui c'erano solo serie TV a sviluppo verticale”. Adoro le serie serializzate di oggi, trovo che in America abbiano perfezionato l'arte della serialità a livelli sublimi. E penso che farei un po' fatica a recuperare Quantum Leap per intero oggi. Tempo fa c'ho provato con X-Files e mi sono fermato a neanche tutta la prima stagione. Tempo prima avevo tentato la stessa cosa con Highlander (che uno dice, cosa te lo ha fatto fare? Eh niente, è che amo talmente tanto il primo film che non capivo come mai avessi mollato la serie dopo poche puntate. Salta fuori che il motivo è che era brutta). Eppure, a differenza di X-Files, dove c'è comunque della mitologia e se ti perdi le puntate chiave non capisci una ceppa, Quantum Leap è la serie perfetta per la syndication. Perché non ha paletti. Non ha grandi cattivi, piani lunghi quanto una stagione, mitologia, cazzi, mazzi. È pura, semplice televisione di una volta, un appuntamento da vedere seduti sul divano in un afoso pomeriggio estivo, quando non hai voglia di uscire ma neanche di mettere su un film o di sentire l'ennesima vocina dire “Previously on...”, con quel tono perentorio misto a minaccia. È fuga dalla realtà (letteralmente, perché fuga dal tempo presente), fatta come Dio comanda. C'è tutto: fantascienza, commedia, nostalgia, malinconia. Il calcista è soddisfatto.