11 aprile 2016

Pelle nera, maschera bianca

La definizione corrente del dizionario riduce il razzismo a pregiudizi razziali individuali e alle azioni esacerbate e intenzionali che ne conseguono. Ma l'enunciazione non spiega come le gerarchie razziali vengano sistematicamente riprodotte. Argomento complesso e spinoso, il razzismo è materia altrettanto ingrata al cinema che ne finisce quasi sempre schiacciato. Ideologia di classificazione di razze, fondata sulla presunta superiorità di una sull'altra, il fenomeno ha influenzato i nostri modelli di rappresentazione e specificatamente il cinema. Perché il cinema? Perché è uno strumento documentaristico che illustra il reale e gioca un ruolo decisivo nella costruzione di un sapere intorno alla materia. Perché è anche dispositivo di finzione, che costruisce degli immaginari narrativi, visuali, sonori, riconfigurando le nostre conoscenze, la nostra etica, il nostro impegno, perché ancora è mezzo di massa, un modo di diffondere figurazioni reali o immaginarie di grande potenza. Infine, forse e soprattutto perché il cinema è un'arte e come tale è sorgente di emozioni universali o di messa in crisi dei nostri sistemi di rappresentazione. Provocazioni e recriminazioni Da Nascita di una nazione (1915), ambiguo e revisionista rispetto al razzismo fino a Django Unchained (2013), che corregge il tiro con la lezione eversiva del genere (il western), mettendo alla berlina un proto Ku Klux Klan di stolidissimi razzisti coi cappucci bianchi fatti (male) in casa, il cinema rilancia il dibattito sul tema, soprattutto Hollywood, al centro di una nuova polemica. Polemica sterile sollevata ancora una volta dall'irriducibile Spike Lee che se da una parte denuncia l'assenza di una quota nera tra i nominati, dall'altra contesta autori bianchi come Norman Jewison (Malcolm X, 1992) o Quentin Tarantino (Django Unchained, 2013) di trattare tematiche afro-americane senza avere il 'colore' giusto per quel sentimento. Provocazioni e recriminazioni che reiterano un gesto di frammentazione senza chiedere mai per se e per gli altri di essere considerati 'persone intere'. Il caso di Mister Chocolat Sull'argomento intanto, esce in sala Mister Chocolat (2015) di Roschdy Zem, con Omar Sy nel ruolo della prima celebrità nera dello show-business francese, e (si) riconferma la difficoltà di trattare il razzismo al cinema. Bisogna riconoscere a Roschdy Zem il merito di esporsi sulla questione delle relazioni razziali, riportando l'interesse su un Paese in cui la discriminazione non cessa di riprodursi, tuttavia Mister Chocolat non sfugge alla regola che diluisce i buoni propositi in un'opera accettabile per un pubblico bianco, un film conforme all'idea che quel pubblico ha di sé. Biopic di buona volontà, il film racconta il destino fuori norma di Rafael Padilla (alias Chocolat), figlio di schiavi cubani diventato vedette del circo alla fine del XIX secolo. Mister Chocolat vorrebbe riabilitare una figura umana caduta nell'oblio ma finisce per farne un ritratto caricaturale prossimo all'affiche di Toulouse-Lautrec. L'identità e la singolarità di Padilla, il suo spessore e la sua complessità, svolte con rigore dallo storico Gérard Noiriel ("Chocolat, clown nègre"), sono a tal punto sfumate da renderlo personaggio ordinario e testimone muto di un'oppressione che non nomina mai. Perché Padilla non rinfaccia mai ai bianchi la propria "bianchezza", non parla quasi mai di loro, né della sua esperienza di nero piombato in un mondo di bianchi, si accontenta di fare ridere e di fare il pagliaccio. E quando protesta, è sempre in virtù della sua intrinseca umanità, mai evocando principi civici. Invece di raccontare il quotidiano di uno 'schiavo' vittima di una Francia che conosce in quel tempo una prodigiosa espansione coloniale, il regista sembra ossessionato dal salvare la coscienza bianca, intercalando le scene di soprusi con intervalli benevolenti.
Se un nero ha potuto essere tanto celebre a quell'epoca è perché in fondo, sembra dirci Zem, la società francese non era così razzista. Il protagonista è costretto allora tra profili schematici: i bianchi razzisti, i bianchi che non sono razzisti ma talmente 'daltonici' da non sollevare mai il problema e i personaggi come Victor, compagno di cella, ossessionati dalla razza. Un'eroina WASP e un maggiordomo alla Casa Bianca Ma Roschdy Zem non è il solo a cadere nella trappola nonostante la volontà sincera di trattare un soggetto davanti al quale il cinema qualche volta dovrebbe saper arretrare, vincendo la tentazione di dire didatticamente, narrativizzando il vuoto, riempiendo di nulla il discorso. A lato del soggetto passa pure The Help, un feel good movie per bianchi che ha provocato reazioni fortemente contraddittorie. Dramma storico sull'America segregazionista degli anni Sessanta, il film di Tate Taylor è del genere oscar friendly, una tirata sul 'vivere insieme' che ripercorre la storia americana attraverso gli occhi di un'eroina WASP e combattente nel Mississippi profondo contro le discriminazioni di cui sono vittime le domestiche nere. Ma anche qui qualcosa di importante non funziona. Spinto da una campagna marketing senza eguali e presentato come storia progressista di un trionfo sull'ingiustizia razziale, The Help (2012) scimmiotta, ignora e banalizza l'esperienza delle lavoratrici nere nell'America degli anni Sessanta, focalizzandosi principalmente sull'emancipazione di una donna bianca. Approssimazioni storiche e trattamento quasi parodico di un brano sensibile del passato americano fanno il resto. Difficile anche per Lee Daniels avvicinare la materia (The Butler, 2013). Allineato con e risentito come Spike Lee, assume il punto di vista del suo protagonista, un maggiordomo nero alla Casa Bianca, ed esclude quello dei personaggi bianchi, cavalcando una dichiarazione di apartheid inversamente proporzionale al colore della pelle. Parabola che dai campi di cotone della Georgia arriva all'elezione di Barack Obama, The Butler racconta il percorso esemplare di Cecil Gaines esaltando la lotta della comunità nera per la realizzazione dei propri diritti. Testimone privilegiato delle mutazioni politiche e sociali del proprio paese, il protagonista abita un film che soffre un certo schematismo ma più di altri riesce a raccontare attraverso un corpo e un'esperienza vissuta un'America ancora teatro di discriminazioni razziali. Il razzismo secondo Spielberg, Tarantino e Haynes Ridondanze retoriche d'altra parte non mancano nemmeno alle opere di Spielberg che ritorna tre volte sull'argomento con Amistad (1997), Il colore viola (1985) e Lincoln (2012), quest'ultimo concettualmente e cronologicamente a metà tra i due. Il primo è ambientato nel 1839 e inserisce la questione razziale in un quadro politico-economico complesso, il secondo si sposta agli inizi del Novecento con scelte didascaliche non dissimili ma con l'intento di normalizzare violenza e discriminazione, assorbite questa volta dalle cellule familiari, il terzo 'approva' il tredicesimo emendamento della Costituzione americana affrancando l'amore tra Thaddeus Stevens e la sua domestica nera, e parzialmente il calvario di Lincoln, schiacciato tra le paranoie della consorte e l'eroismo esasperato del figlio. Perché Spielberg intreccia sempre dimensione pubblica e privata, proponendo ciascuna come genesi e insieme reazione a una storia più ampia che include le azioni collettive come quelle intime. Il massiccio assorbimento da parte del secondo spetta invece a Tarantino che ingoia tutte le coordinate storiche convertendo lo schiavismo in un atto di vendetta individuale che risarcisce un torto subito (Django Unchained). L'eterogeneità delle posizioni, i differenti film e interventi restano comunque un momento importante di echi e suggestioni che avanzano sociodiagnosi intorno alla materia (purtroppo ancora) viva dell'oppressione. Opere diverse che provano a comprendere più o meno criticamente il perdurare di un diffuso razzismo in Europa, negli Stati Uniti come altrove.
E qualche volta la capacità di interrogare il presente trova risposta rileggendo i classici come fa Todd Haynes col melodramma e il suo Lontano dal paradiso (2002) che smuove le radici profonde del malessere di fronte alle sfide delle alterità e apre con un gesto (la mano della protagonista WASP sulla spalla del giardiniere nero) la breccia sotto una superficie splendente. Sentimento interrazziale, quello della protagonista per Raymond, che intravede un'altra dimensione della vita subito rinsaldata dalla trappola ovattata della normalizzazione. Con personaggi che partecipano simultaneamente alla propria segregazione e alla spinta verso un superamento vitale, il regista trova l'essenza del mélo e la denuncia della fobia verso tutto quello che è differente. Perché qualche volta la metafora può dire meglio di un comportamento umano (materia difficilissima), incidere maggiormente sullo spettatore, liberando l'uomo (bianco o nero che sia) da se stesso e da un'identità che impone le ragioni della separatezza e della gerarchia del colore.