02 aprile 2016

Omar Sy: do the right dance

La favola di Omar Sy comincia cinque anni fa con Quasi amici, una commedia popolare che condivide con François Cluzet e ventimilioni di spettatori. Premiato con un César per la sua interpretazione ed eletto "personnalité préférée des Français", Omar Sy è un attore di sfrontato temperamento e interminabile altezza che dopo Samba, prosegue con Mister Chocolat la riflessione sull'identità afro-francese. Si potrebbe discutere all'infinito sulle ragioni del successo di Quasi amici, il film francese più visto all'estero, ma la più evidente è il carisma di Omar Sy. Cresciuto nelle banlieue da madre mauritana e padre senegalese, l'attore infila un'esuberante performance corporea ed è subito Hollywood. Se i blockbuster americani (X-Men - Giorni di un futuro passato, Jurassic World e prossimamente Inferno di Ron Howard) sanciscono un successo avverato, sono però i film francesi a misurare i progressi di un artista impegnato col sorriso e una joie de vivre che non scade mai nello svenevole. Dotato di senso della commedia e di euforia da disco music, Omar Sy è entrato nell'immaginario degli spettatori sulle note di "Boogie Wonderland", sdrammatizzando la rigidità di una festa di compleanno e la non musicalità dei suoi partecipanti. Disarticolato e strafottente di parola e di gesto, il suo personaggio (s)muove la vita 'tetraplegica' del ricco aristocratico di François Cluzet con cui forma un tandem comico che annulla gli 'handicap' dei personaggi. Personaggi che si aiutano mutualmente, coprendo lo scarto abissale che li separa e senza mai rinunciare a mantenere aperta l'ipotesi di un terreno di intesa, di una causa comune. Il contratto, servito da due attori formidabili e secondi ruoli perfetti, è adempiuto con sottigliezza e dinamismo, confrontando la vecchia Francia 'immobilizzata' sui suoi privilegi con la forza vitale della giovinezza derivata dall'immigrazione. Samba, il portavoce di donne e uomini silenziosi Sul tema di Quasi amici ritornano tre anni dopo i suoi autori, Éric Toledano e Olivier Nakache, riconfermando al cuore di Samba Omar Sy, a cui questa volta precludono il giro di danza, prendendo in contropiede il pubblico. Costretto all'angolo mentre tutti intorno a lui ballano, Omar Sy produce uno scarto, sopravvive al miracolo di Quasi amici e diventa un attore di primo piano, portatore sano della sua epoca e delle sue problematiche. Africano senza cittadinanza determinato a integrarsi nella Francia di François Hollande, Samba è il portavoce di uomini e donne silenziosi, operosi e stigmatizzati. Procedendo in direzione ostinata e contraria rispetto al ruolo che lo ha reso celebre, Omar Sy include il fare nel non fare, spiccando un salto artistico, da augusto a clown bianco, e abitando un film dolce-amaro costruito sulle incessanti rotture di tono. Si rintana e poi stana, conosce e si fa riconoscere, libera il carattere e trascorre in figura. L'eccesso di Driss (Quasi amici) ribelle alla perfezione snob di Philippe, si rovescia nella moderazione lucida del 'bianco', personaggio lunare venuto da altrove come Samba che ha attraversato il Mediterraneo alla ricerca di una possibilità. Alto, altissimo, Omar Sy avanza sulle sue lunghe leve e prova a farsi piccolo, piccolo, abbassa la testa, si ritira nelle spalle mentre il suo personaggio sans papier incrocia la polizia. Omar Sy presta volto e nome a chi è considerato una cifra e a questo giro serve l'effetto comico invece di lanciarlo. Perché il clown bianco produce una comicità che è frutto di un processo. Se la reazione alla comicità causa-effetto dell'augusto è ridere, l'esercizio intellettuale del bianco conduce il pubblico a sorridere. Film politicamente impegnato Samba resta tuttavia un divertissement che rilancia e sposta i limiti dell'attore. Un attore che infrange film dopo film la sua immagine, giocando con la leggerezza dell'ironia o incarnando personaggi stanchi e sconfitti, corpi trascurati e appesantiti a cui imprime sempre un'elegante e felina fisicità. Mister Chocolat, il film della maturità Col piacere del mestiere, Omar Sy si prende i rischi alzando ancora una volta la posta. La scommessa sullo schermo questa volta è Mister Chocolat, storia vera del clown Rafael Padilla, artista cubano che conosce un successo effimero e un destino tragico nella Francia a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Il film di Roschdy Zem segna la maturità dell'attore che ha debuttato alla radio come intrattenitore senza formazione e vocazione. Attraverso un personaggio che ha forgiato la sua vita (e la sua professione) sull'orrore del colonialismo e il razzismo ordinario della Francia coloniale, Omar Sy afferma ancora una volta qualche cosa della sua identità francese. Chocolat era figlio di schiavi venduto a Cuba e poi sbarcato in Francia a diciotto anni dove viene impiegato come 'bestia da fiera' in un circo, almeno fino a quando Georges Foottit, clown bianco che gli insegna il mestiere, non fa di lui un augusto, un clown sgraziato, istintivo e in contestazione perpetua a cui 'battere il culo' come prolungamento della sua condizione di (s)oggetto assoggettato. Il duo seduce l'esigente pubblico parigino e Rafael diventa una star mondana incalzata dai demoni del gioco e dell'alcool. Mister Chocolat impone all'attore un altro cambio di rotta, un'inversione di ruolo (augusto/bianco) recitato con immediatezza istintiva e partecipazione. Perché allineato col suo personaggio nell'emancipazione difficile dalle banlieue e da una carriera costruita a partire da un duo blanc-black prima di conoscere un successo smisurato e per sua natura fugace. E Omar Sy lo sa.

Mélange di popolarità e umiltà, porta avanti un percorso esemplare, che avanza verso l'empireo hollywoodiano ma allo stesso tempo resta radicato nel suo Paese e in un cinema di cui si serve per risvegliare le coscienze. Se essere artista, come precisa il compagno di cella haitiano di Chocolat, è "aprire una breccia", Omar Sy svolge un cinema di protesta e di esuberante gioia di vivere, interpretando ritratti ironici e provocatori con una precisa coscienza politica e sociale, sia che si sciolga in una danza vitale, rivolgendosi direttamente allo spettatore con l'immediatezza del corpo, sia che proceda per sottrazione contrapponendo il vuoto al pieno, l'umorismo asciutto a quello grasso, il minimalismo espressivo all'espansione prorompente.