19 febbraio 2016

Mad Max: una folle corsa verso gli Oscar

Passata la tempesta, il cielo è di un turchese tanto intenso quanto crudele. Il sole illumina una gigantesca duna di sabbia ocra. La duna trema, si sfalda, per un attimo ci chiediamo quale nuovo mostro stia per balzarne fuori; ma la duna si rivela essere solo una montagnola di sabbia che ha semisepolto Max. Ci sono molti momenti epifanici simili a questo, in Mad Max Fury Road. Intuizioni inaspettate che riempiono di meraviglia, da quelle semplici come gli inquietanti, surreali uomini sui trampoli nella palude, a quelle esagerate ma dopotutto perfettamente logiche (così ha dichiarato Miller), come il Doof Guitarist che sputa fiamme dalla chitarra. Dal sonoro che usa i versi delle balene per dare al veicolo “protagonista” un’aura da Moby Dick del deserto, alle lunghe sequenze tutte virate in rosso o indaco, alla colonna sonora di Junkie XL che imita ironicamente i clacson strombazzanti in circonvallazione.

Tutto perfettamente logico

Davanti a queste invenzioni, tutta la trilogia precedente di Mad Max impallidisce; anche perché a quei tempi il regista era un giovane pazzo greco-australiano da cui ci si poteva aspettare qualunque cosa – ma ora George Miller è un tranquillo settantenne che ha fatto i soldi con Babe e Happy Feetda cui, francamente, non ci si aspettava più un granché. E invece lui se ne esce con un film coraggiosissimo, che trasuda non solo amore per il cinema, per la narrazione, per lo spettacolo sontuoso della natura, ma anche per le battaglie impossibili, per la libertà personale, per la libertà delle donne, interpretato da Charlize Theron e Tom Hardy con potentissima, concentrata intensità.
Dopo la sua prima apparizione europea al Festival di Cannes, la platea del Grand Palais è esplosa (come le macchine!) in un’ovazione catartica. Da questo punto di vista non si fa fatica a capire perché il mastermind (ché “regista” è un po’ pochino) Miller sia stato prontamente designato Presidente della Giuria della prossima edizione di Cannes, né perché Mad Max Fury Road sia stato insignito di ben dieci nomination agli Oscar. Eppure…. eppure gli Oscar non hanno mai brillato per originalità; per carità, hanno fatto vincere quasi sempre dei buoni film, ultimamente anche belli violenti come The Hurt Locker o Non è un Paese per Vecchi, ma che apprezzassero una ipervitalistica storia di macchine esplose, anabasi in motocicletta attraverso il deserto, femminismo combattente, questo non me l’aspettavo.
Come è riuscito un film talmente rivoluzionario ad insinuarsi fra i nominees dell’Academy? A parte le nominations ai premi tecnici, che si giustificano da sé non appena l’incredibile immaginario Milleriano si dipana davanti ai nostri occhi, quale recondita emozione ha spinto i membri dell’Academy a nominarlo come Miglior Film?

Questa immagine è un indizio

Il fatto è che Mad Max Fury Road non è solo un film: è uno spartiacque. Il suo avvento ha rivoluzionato il cinema d’azione, ha riportato il coraggio, la follia, la hybris creativa e intellettuale (sì, riesce ad essese un film intellettuale mentre fa esplodere auto nel deserto) in un’epoca di cautela finanziaria e soprattutto di carenza di fantasia, di voglia di osare. Mad Max Fury Road ha preso I nostri sogni d’avventura proibiti, il nostro malconcio sense of wonder ammalato di cinismo cronico, le nostre granitiche convinzioni sulla battaglia fra i sessi e li ha trasformati in un tripudio sensoriale e mentale come non se ne erano visti da troppo tempo.
Quello che Mad Max Fury Road fa con gli spettatori è riportarli in un luogo ideale dove le regole della fantasia, quelle del sentimentalismo sfrenato, quelle della Buona Causa Per La Quale Morire sono ancora imbevute di adrenalina e di idealismo: un luogo forse risalente alla nostra infanzia o forse semplicemente nascosto in un angolino della nostra immaginazione, un potenziale inespresso che questo film ha tirato fuori a forza.

Sì però anche io meritavo la nomination

C’è da sperare che Miller vinca almeno l’Oscar per la Miglior Regia, cosicché non debba aspettare altri dieci anni prima di riprendere in mano la saga. Con buona pace dei Nosferatu della critica che storcono il naso di fronte a qualsiasi cosa non sia un lacrimevole dramma da camera, con buona pace degli uomini insicuri che hanno urlato alla misandria del film, con buona pace delle femministe che hanno trovato da ridire persino nel meraviglioso personaggio di Furiosa, Mad Max Fury Road mette in scena il vitalismo estremo che si accompagna ad ogni lotta giusta. Come cantavano i Kiling Joke, “The struggle is long, the struggle is hard, the struggle is beautiful”.