07 febbraio 2016

L'Oscar logora chi non ce l'ha

Amiamo ripeterci che agli Oscar non vincono i film migliori e che sono dei premi all'industria più che ai film, ma è vero solo a metà. In realtà i film migliori sono spesso quelli che arrivano alla nomination dopo un lunghissimo percorso nella grande stagione dei premi americani, quella che dai Golden Globes passa per tutte le cerimonie "di categoria" fino a concludersi agli Oscar. Tuttavia quell'ultimo miglio che separa i tecnici, gli attori, i registi o i film dalla statuetta è il più duro da compiere, e nella corsa si inseriscono molte variabili difficili da calcolare. Innanzitutto la giuria che assegna l'Oscar non è la stessa che forma le nomination. Queste sono create dalle associazioni di categoria, quindi dai propri pari (attori nominano attori, registi nominano registi e via dicendo), mentre i giurati dell'Academy che devono scegliere tra i 5 nominati sono più di 5.000 tra professionisti del settore, premiati, esperti e produttori. È noto che la media è molto anziana e che più che altro si tratta di attori.
Soprattutto non tutti i giurati vedono tutti i film, anzi quasi nessuno li vede proprio tutti. Di certo tutti hanno però visto i più famosi e più discussi, che non a caso tendono ad essere i vincenti. Non solo, se singolarmente ognuno può avere gusti particolari, collettivamente i giurati sembrano sempre orientati verso certi temi, certi tipi di film o di interpretazioni. Sembrano cioè sensibili a certe storie che stanno dietro alle candidature, tutta materia che poi inevitabilmente "entra" nella gara e determina il suo esito. Tenendo conto di tutto questo ecco le previsioni per la serata del 28 febbraio.

MIGLIOR FILM
Un grande cast, un caso importante, un film dalla narrazione classica, prove di attori superlative e su tutto l'aria dell'impegno civile: Il caso Spotlight sembra il candidato più accreditato al premio per il Miglior film.
La storia della sezione del Boston Globe dedicata alle inchieste e di come si sia trovata a lottare per scoprire uno dei più grandi casi di pedofilia della storia americana (per dimensione e peso), presta il fianco al classico lavaggio collettivo della coscienza da parte dell'Academy, una dinamica che abbiamo visto ripetersi spesso in passato. Il fatto che poi Il caso Spotlight sia anche un ottimo film è solo un punto in più rispetto alla concorrenza. Nella medesima categoria, infatti, l'altro film con una missione dietro di sè, ovvero La grande scommessa, potrebbe rovinare la festa. L'idea di raccontare il lato più paradossale della crisi economica e di farlo con dei palesi intenti didattici, cioè cercando di spiegare anche ai più ignoranti, in tema di economia, il funzionamento (e dunque l'assurdità) delle cause dietro la crisi, è indubbiamente un'arma affilata. Più difficile che gli sforzi produttivi estremi di Mad Max: Fury Road o di Revenant - Redivivo possano compiere l'impresa, come anche la fantascienza di Sopravvissuto - The Martian o il sofisticato spionaggio di Il ponte delle spie. Tutti questi film si presentano decisamente meno in linea con i gusti dei giurati dell'Academy, poco inclini a lasciarsi andare al cinema di serie B, messo in scena da serie A, o a produzioni cui manca l'intento "alto".
Anche per questo motivo sembra invece proprio impossibile che storie esili (per quanto molto riuscite) come Room o Brooklyn possano davvero impensierire.

MIGLIOR REGIA
In questa categoria, storicamente, non sono mai stati determinanti i veri meriti, quanto cosa sia considerato più "impressionante" agli occhi dei giurati. Con tutta probabilità dunque non sarà Thomas McCarthy, il regista di Il caso Spotlight, ad aggiudicarsi la statuetta, nonostante il suo film sia tra i più accreditati per la vittoria nella categoria Miglior Film. Qui c'è George Miller. Il regista di Mad Max: Fury Road è alla prima nomination della sua incredibile carriera, non ha mai avuto un riconoscimento dall'Academy ma ha influenzato moltissimo il cinema americano. In più quest'anno si presenta con un film che ha come caratteristica preminente proprio l'incredibile sforzo registico di una messa in scena furiosa e dannata, rapida e tecnica. Un gioiello di rabbia animale e selvaggia come pochi, che proprio a Miller deve il suo equilibrio tra furia e perizia tecnica. Ci sarebbe però anche un altro regista che ha messo se stesso al comando di un'impresa epica finendo con il fornire una prestazione fuori dall'ordinario, ed è Alejandro Iñárritu con Revenant - Redivivo. Tuttavia l'aver già vinto con Birdman rende difficile una seconda vittoria del messicano a così stretto giro, più facile che i giurati cerchino un altro nome.
Sembrano invece sfidanti molto meno in forma Adam McKay, e la sua sterzata netta dal genere comico demenziale con La grande scommessa, o Lenny Abrahamson di Room.

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
È abbastanza unanime il pensiero che questo sia l'anno buono per Leonardo DiCaprio. L'incetta di premi preliminari che sta facendo in questi mesi ne è solo la conferma. Dopo anni di inspiegabili esclusioni o cocenti delusioni, adesso, per un ruolo di certo non dei più clamorosi della sua carriera ma indubbiamente probante, dovrebbe vincere. In Revenant - Redivivo infatti DiCaprio fornisce una prova di recitazione poco verbale e molto fisica, declinata in uno spazio estremo e a contatto con difficoltà che di rado gli attori affrontano, armato della determinazione di vincere quel premio. Di certo uno sforzo maggiore di quello che ha spinto Matt Damon e il suo Sopravvissuto - The Martian, sempre da solo in scena anche lui e sempre in cerca della sopravvivenza ma molto meno "provato". Se poi sembra molto difficile una doppietta due anni di seguito per Eddie Redmayne con The Danish Girl, per quanto sia indubbio che il tipo di ruolo e di prestazione sopra le righe lo avrebbero agevolato, è impensabile che lo Steve Jobs di Michael Fassbender possa essere riconosciuto. Se c'è una cosa che l'Academy ci ha mostrato nei decenni è quanto ami le interpretazioni "mimetiche", quando cioè un attore stravolge se stesso e diventa un'altra persona. Il contrario di quel che ha fatto Fassbender. Grande outsider con possibilità di rovinare la festa a tutti è l'ultimo dei candidati, ovvero Bryan Cranston con L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo. Non bisogna mai sottovalutare quanto Hollywood ami i film che parlano di Hollywood, specie se possono servire, come in questo caso, a lavare la coscienza. Il film in questione racconta infatti dell'ostracizzazione subita dallo sceneggiatore Dalton Trumbo.

MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA Molto più strana e aperta è invece la lotta per la Miglior attrice protagonista, con due attrici meno note ad aver catalizzato intorno a sè il maggior numero di aspettative e preferenze. Se infatti Room sembra avere poche possibilità in diverse categorie in cui è nominato, in questa invece è il film da battere. Brie Larson, la sua protagonista, già ha vinto molti dei premi preliminari e dovrebbe essere la scelta definitiva. Tuttavia è tallonata da vicino da un'altra protagonista di un film che rimarrà probabilmente a bocca asciutta nelle altre categorie, ovvero Brooklyn e Saoirse Ronan. Sono entrambe prestazioni mature e classiche al tempo stesso ma la prima, forse, ha dalla sua parte un tono drammatico più spinto e vivace, un'evidenza che di solito paga in termini di Oscar. Rimangono così molto più indietro la già vincitrice Jennifer Lawrence e il suo Joy, come anche la veterana Charlotte Rampling per 45 anni o un'altra già premiata come Cate Blanchett per Carol. Tuttavia, tra queste tre attrici, che appaiono meno favorite è indubbio che il film di Todd Haynes abbia dato a Cate Blanchett una parte perfetta per il premio. Non avesse al suo attivo già un Oscar di così recente consegna è probabile che tutte le previsioni si sarebbero concentrate su di lei, proprio per questo forse ha ancora qualche chance di capovolgere i pronostici.

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
È questa la categoria da guardare per trovare il meglio del meglio in questa edizione. Tra i candidati ai ruoli secondari si trovano non solo alcuni dei migliori attori in circolazione ma anche alcune tra le prestazioni più clamorose dell'anno. Se i candidati come migliori attori protagonisti del 2016 sono tutti ottimi nomi in film che li sorreggono, qui c'è chi sorregge i suddetti film più una serie di star il cui anno è stato clamoroso. Tra tutti Tom Hardy si presenta con tre film come Legend, Mad Max: Fury Road e Revenant - Redivivo, per cui è candidato ufficialmente. È uno degli attori migliori in circolazione e nel film in questione ha di gran lunga il ruolo migliore. Attore mimetico sa fare tutto e questa volta si è meritato ogni lode. Sulla sua strada però si è posto quello che al momento è il candidato più accreditato, anche se la battaglia è dura, ovvero Sylvester Stallone. Completamente dimenticato dagli Oscar dopo il grande exploit di Rocky, Stallone ha dietro di sè una storia fantastica, un ritorno alle origini che conquista tutti. Con Creed - Nato per combattere non ha segnato la sua interpretazione migliore ma quella che più è in linea con i premi che sta già ricevendo (c'è anche "la malattia"), quella che offre la scusa migliore per l'onoreficienza che l'Academy vuole tributargli.
Più staccati ma comunque combattivi sono: Christian Bale, con la parte più complessa e strana di La grande scommessa, un matematico dalla folle ordinarietà; Mark Rylance, l'enigmatica spia russa dall'espressione impassibile ma il carisma indubitabile di Il ponte delle spie; Mark Ruffalo, forse uno dei migliori attori su piazza che, con Il caso Spotlight, ha centrato un personaggio perfetto, ispirato ad una persona reale eppure pienamente finzionale, carico di emozioni che trattiene a malapena attraverso un campionario di delicatezze attoriali, piccoli movimenti, caratterizzazioni sottili e accenti sorprendenti.

MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Come la controparte maschile anche la corsa per l'attrice non protagonista sembra migliore di quella per l'attrice protagonista. Se Alicia Vikander e Rooney Mara, per i ruoli che interpretano rispettivamente in The Danish Girl e Carol, potevano benissimo stare nella categoria delle protagoniste (alla fine è la produzione che decide come candidarle e se è stata fatta questa scelta è sicuramente perché qui hanno più chances), le altre candidate sono delle comprimarie eccezionali. Probabilmente The Danish Girl non riuscirà a prendere molti premi ma è evidente che nei costumi e nelle interpretazioni ha le sue chiavi determinanti. Un film così "da Oscar" è duro che rimanga proprio a bocca asciutta, e questa è la sua porta d'ingresso per una statuetta importante. Per questo Rooney Mara rimane probabilmente un passo indietro, benché la sua stella sia in crescita e l'Academy ami incensare un talento nascente. Carol inoltre sarebbe anche il film giusto per questo tributo e l'abbinamento con Cate Blanchett non può che giocare a suo favore. Dall'altra parte la terza concorrente che pare pronta per ricevere il premio è Kate Winslet, già dotata di un Oscar nella sua libreria ma anche interprete determinante di questi anni. Con la sua assistente di Steve Jobs realmente regge tutto un film intero sulle sue spalle senza darlo a vedere. Probabilmente la migliore interpretazione della sua comunque mirabile carriera.
Decisamente più indietro non possono che rimanere sia la maledetta bandita con grande taglia sulla testa (e pochi denti in bocca) di Jennifer Jason Leigh in The Hateful Eight, al pari della giornalista tenace di Rachel McAdams in Il caso Spotlight. Con la sua assistente di Steve Jobs, Kate Winslet regge un film intero sulle sue spalle senza darlo a vedere. Probabilmente la migliore interpretazione della sua mirabile carriera.

MIGLIOR FILM STRANIERO
È la categoria più difficile di tutte per le previsioni. Non è mai chiaro cosa la giuria cerchi in un film straniero, quale tenda a premiare e cosa possa avere più credito.
Quest'anno però ci sono un paio di film che, per la maniera in cui hanno popolato le sale e le altre premiazioni, arrivano con un bagaglio di possibili giurati dalla loro parte molto alto. Si tratta innanzitutto del favorito Il figlio di Saul, mirabolante film ungherese che già ha preso il Gran premio della giuria a Cannes ed è piombato come un meteorite nel genere del cinema sull'Olocausto. Non c'è bisogno di dire quanto Hollwyood sia sensibile all'argomento, ma un racconto così estremo, duro, originale e potente come quello di Il figlio di Saul, raramente l'avevano visto. Sarebbe un Oscar molto meritato e una scelta molto in linea con la storia del premio. Dall'altra parte un altro film eccezionale come il turco Mustang potrebbe rompere le uova nel paniere. Girato con un tipo di narrazione da cinema indipendente americano, eppure denso di una cultura straniera, imbevuto della lotta per la conquista della libertà di un gruppo di ragazze, il film tocca delle corde particolarmente sensibili per il pubblico americano.
Gli altri candidati ovvero il giordano Theeb, il colombiano El abrazo de la serpiente e infine il danese A War non sembrano davvero godere del supporto mediatico o del richiamo sufficiente anche solo a spingere i giurati ad infilare il DVD che gli è stato recapitato a casa e vederlo. Un altro film eccezionale come il turco Mustang potrebbe rompere le uova nel paniere.

MIGLIOR DOCUMENTARIO
Solitamente quando i documentari sfiorano gli argomenti pop è premio. Per questo Amy - The Girl Behind the Name di Asif Kapadia non dovrebbe avere rivali. Di gran lunga il più visto, il più distribuito, amato e consigliato tra i 5 film in gara questo documentario su Amy Winehouse, dallo straordinario materiale di repertorio e dalla spietata emotività non sembra temere davvero nessuno. Nemmeno Joshua Oppenheimer, giovane talento del documentario, a cui già è stato negato l'Oscar due anni fa quando si presentò con lo straordinario The Act of Killing. Ora The Look of Silence ne è una sorta di seguito spirituale, un proseguio su quella strada particolare e potrebbe essere l'occasione buona per raddrizzare il torto fatto al film precedente. L'Academy è in debito con lui ma l'impressione è che non possa nulla contro la corazzata di Amy - The Girl Behind the Name. Per le stesse motivazioni il bel Cartel Land di Matthew Heineman o Winter on Fire di Evgeny Afineevsky non hanno davvero le carte in regola per impensierire nessuno. Solo What happened, Miss Simone?, della grande Liz Garbus, potrebbe vantare un tema e un pedigree in grado di gareggiare con i migliori. Peccato allora che troppo poco sia stato l'interesse intorno al film nella stagione dei premi.

MIGLIOR COLONNA SONORA
È uno scontro tra titani quello nel capitolo delle colonne sonore. John Williams, con 5 Oscar al suo attivo su 41 nomination, da una parte e Ennio Morricone, zero vittorie se non l'Oscar alla carriera, dall'altra. Il primo ci arriva con il suo cavallo di battaglia Star Wars: Episodio VII - Il risveglio della forza, il secondo con il ritorno al western di The Hateful Eight. È un viaggio indietro nel tempo irrinunciabile come anche irrinunciabile è la possibilità di poter dare ad un nume tutelare come Ennio Morricone un Oscar che non sia alla carriera. Questo movimento sembra aver già fatto la differenza per i premi preliminari, motivo per il quale le previsioni sono tutte dalla sua parte. Va infatti aggiunto che tutti sono a conoscenza del fatto che quella di Guerre stellari è una nuova trilogia, dunque c'è tempo per premiare John Williams. A margine ci sarebbero lo score di Carol, orchestrato da Alexandre Desplat (un eterno sconfitto che però ha avuto finalmente il suo Oscar l'anno scorso), Johann Johannsson con il lavoro raffinato fatto su Sicario che, purtroppo, sembra non sarà nemmeno preso in considerazione e Thomas Newman che proprio Williams era stato chiamato a sostituire in Il ponte delle spie quando il maestro sì è reso indisponibile a causa dell'impegno con Star Wars: Episodio VII - Il risveglio della forza. A margine ci sarebbe lo score di Carol, orchestrato da Alexandre Desplat (un eterno sconfitto che però ha avuto finalmente il suo Oscar l'anno scorso).