06 febbraio 2016

Le serie TV più belle

È uno di quei titoli che tutti citano e nessuno guarda sul serio. Noi The Wire l’abbiamo vista veramente e possiamo dire che sì: è un capolavoro, è la serie più bella di sempre. Creata da David Simon e in onda per 5 stagioni su HBO, The Wire racconta le storie di un gruppo di criminali di Baltimora e della task force di poliziotti che cerca di inchiodarli attraverso un sofisticato sistema di intercettazioni (il titolo è il modo gergale per intendere le intercettazioni, appunto). Questo è l’orizzonte iniziale, perché poi ogni stagione cambia drasticamente: anno dopo anno, David Simon racconta cosa succede nella mafia del porto, nel mondo dell’istruzione, della politica e del giornalismo. Alcuni personaggi restano, altri se ne vanno, altri ancora conquistano spazi di primo piano. Sarebbe lunghissima la lista di attori e attrici che sono passati di qua, citiamo giusto Idris Elba (che diventerà Luther) e Dominic West (The Affair). Ben più importante, però, l’eredità lasciata da The Wire: corsi dedicati in varie università degli Stati Uniti e la splendida definizione di essere la versione contemporanea delle opere di Charles Dickens.
C’è stato un momento in cui gli appassionati di serie tv hanno capito di essere immersi nella nuova età dell’oro della televisione, forse la più splendente di sempre. È stato il momento in cui tutti, ma proprio tutti, dai nerd più accaniti agli spettatori meno compulsivi, erano in ansia per la sorte di un tizio calvo con il pizzetto e di un ragazzetto che non faceva altro che ripetere “YO!”. I due in questione erano Walter White e Jesse Pinkman e grazie a Breaking Bad hanno già un posto nella hall of fame dei personaggi più amati di tutti i tempi. Walter White (Bryan Cranston) è un normalissimo professore di chimica della provincia statunitense: la sua vita - piuttosto monotona - viene mandata all’aria quando scopre di avere il cancro. Decide così di impiegare le sue conoscenze scientifiche per produrre la miglior metanfetamina che il New Mexico abbia mai visto e si mette in affari con il suo ex studente/spacciatore Jesse Pinkman (Aaron Paul). I due sono una coppia improbabile, ma passo dopo passo riusciranno a creare un impero: nel corso degli anni Breaking Bad si trasforma così da dramma personale condito con un’invenzione geniale a serie gangster totalmente sui generis, carichissima di tensione e piena di figure indimenticabili. A una di queste, l’avvocato Saul Goodman, il creatore Vince Gilligan ha dedicato lo spin off Better Call Saul
Chiedetelo a chi scrive e vi dirà che una storia funziona solo se c’è un conflitto, se ci sono due o più personaggi che hanno obiettivi differenti che si incrociano. Ridotta ai termini basilari, una storia è sempre lo scontro tra vita e morte e c’è solo un posto in cui vita e morte si incontrano quotidianamente, come se niente fosse: l’agenzia di pompe funebri. Da questa intuizione fantastica nasce Six Feet Under, creata da Alan Ball per HBO nel 2001. Per cinque anni, Ball racconta le vicende della famiglia Fisher, che possiede un’agenzia di onoranze funebri a Los Angeles. In ogni puntata c’è un funerale da organizzare e grazie a questo meccanismo entriamo in contatto con la morte di personaggi di passaggio, la cui esistenza si incrocia con quella dei protagonisti e con lo loro vita che vanno avanti, ma mai senza scossoni. Six Feet Under merita di stare sul podio semplicemente perché è una serie unica per ambientazione, trama e per la delicatezza con cui riesce ad affrontare temi spesso molto intensi. E merita anche per il finale, il più bello e lacrimogeno che sia mai stato realizzato.
Un occhio che si apre, in mezzo alla distruzione assoluta. Un occhio che di lì a poco avrebbe iniziato a vedere cose che noi umani non avremmo mai potuto immaginare. Lost è tutta qui, nella volontà di andare sempre a scoprire un’informazione in più, con la consapevolezza che con ogni probabilità ci porterà a misteri ancora più grandi. La storia dei sopravvissuti a un disastro aereo, che si ritrovano su un’isola del Pacifico è molto più di una vicenda alla Robinson Crusoe, è un insieme infinito di scatole cinesi in cui enigmi e situazioni oltre l’impossibile subiscono continui ribaltamenti. Ma c’è di più: Lost è stata la prima serie ad avere un seguito nutrito e molto attivo online, con discussioni in tempo reale episodio dopo episodio. È stata la serie che ha spalancato le porte ai livetweeting a cui siamo abituati oggi, aumentando il livello di coinvolgimento dello spettatore. Sarà per questo che alcuni ancora non hanno perdonato agli autori un finale un po’ debole.
Non è facile mettere in una classifica di questo tipo una serie che sta ancora andando in onda e che è ben lontana dalla sua conclusione. Game of Thrones, però, è qualcosa che gareggia in un proprio campionato, lontana da tutto il resto. Nata come trasposizione televisiva della saga A Song of Ice and Fire dello scrittore statunitense George R. R. Martin, Game of Thrones ha impiegato poco per superare i confini del genere fantasy, imponendosi come un racconto in grado di incollare allo schermo anche chi non ha mai avuto troppa simpatia per draghi e mondi inventati. Del resto, Game of Thrones è molto più di questo, è una storia di intrighi politici, tradimenti, sesso e guerre, che vede diversi clan scontrarsi per la conquista del Trono di Spade, simbolo del potere assoluto. Soprattutto, è la serie che più di qualunque altra è riuscita a radicarsi online, creando una schiera di fan agguerriti, capaci di creare narrazioni parallele avvincenti quanto l’originale.
Black Mirror non è la solita serie tv con tante puntate, tanti personaggi e una storia che si sviluppa settimana dopo settimana. No, Black Mirror è qualcosa di diverso, innanzitutto perché ogni episodio è completamente slegato dagli altri e poi perché riesce a raccontare il tempo presente e il futuro prossimo mischiando fantascienza, sociologia e uno strato di angoscia sottile, ma sempre presente. In ogni episodio, il creatore Charlie Broker mostra una possibile deriva malata che potrebbe prendere la nostra società, nel caso in cui si affidasse con eccessiva leggerezza alle tecnologie e scegliesse di mettere l’uomo in secondo piano. Una serie caustica e cattiva, inglese fino al midollo, in grado di aprire a prospettive e riflessioni ogni volta diverse. L’aspetto più incredibile? Alcune situazioni immaginate in Black Mirror sono già diventate realtà.
Semplicemente, LA comedy. A cavallo tra anni ‘90 e primi anni 2000, Friends è la serie che è riuscita a restare al suo posto mentre tutto intorno la televisione cambiava. Quando è iniziata, le serie tv erano esclusivamente un prodotto industriale di intrattenimento, che entusiasmavano milioni di persone in tutto il mondo, ma che erano ben lontane dall’essere considerate il punto più avanzato della narrazione audiovisiva. Quando è finita, Friends era già un classico, una serie che era rimasta di altissimo livello fino all’ultima scena e che apparteneva a un’epoca che si stava chiudendo. Dieci anni e 236 episodi in cui le vite di sei amici sono state raccontate con una qualità che non si è mai abbassata, dando vita a personaggi, frasi e situazioni diventate subito indelebili nella memoria degli spettatori. Elementi che hanno permesso a Friends di restare in piedi in mezzo alla tempesta perfetta.
L’obiettivo di Aaron Sorkin era chiaro: rendere sexy la politica, riuscire a far sì che lunghe discussioni sulle strategie economiche e produttive fossero appassionanti come un thriller all’ultimo respiro. Basta vedere la lista infinita di Emmy e Golden Globe per capire che l’obiettivo è stato raggiunto. The West Wing racconta l’epopea di un immaginario Presidente degli Stati Uniti (Martin Sheen) e del suo staff attraverso 7 stagioni e oltre 150 episodi, tra dibattiti infiniti, strategie politiche, ma anche guerre, attentati e rapimenti. Una serie piena di parole, con dialoghi sempre veloci e affilati, a definire uno stile diventato ormai classico.
Una delle regole auree della scrittura cinematografica e televisiva è: “Show, don’t tell”. Ovvero: “mostrami cosa succede, non raccontarmelo”. Già, ma se le parole sono tutto quello che c’è da raccontare di una storia, come si fa? Mad Men è esattamente questo, una storia che ruota intorno a persone che non hanno una vita avventurosa o sempre al limite, anzi: si parla di pubblicitari, di figure che devono usare parole e creatività per produrre immaginario in grado di spingere i consumatori ad acquistare. Può sembrare una trama inconsistente, ma Mad Men si è imposta come una delle serie più geniali e di successo degli ultimi anni, grazie a una scrittura raffinata e a un cast sempre perfetto, a cominciare dal fascinoso Jon Hamm nei panni di Don Draper.
Tutto inizia da qui, dalla decisione di HBO di mandare in onda una serie dedicata alla mafia che non fosse la solita serie dedicata alla mafia. La storia è quella di una classica famiglia criminale italo-americana, ma nel racconto di The Sopranos non c’è nulla di tradizionale. È la serie tv che, insieme a The Wire, dà il via alla cosiddetta nuova età d’oro della televisione statunitense, quella che ha portato le serie tv a essere oggi sinonimo di grande qualità di scrittura, recitazione e messa in scena.