16 marzo 2016

Le mille idee di Miguel Gomes e il cinema politico

Ci sono tanti modi di pensare un cinema politico. Quello di Miguel Gomes, portoghese, classe 1972, è antididascalico e astratto. Non segue una linea narrativa apparente, non racconta una sola storia perché è mescolato tra tante, e variabili. Le mille e una notte - Arabian Nights, dal 17 marzo in alcune sale d'essai, è l'esempio di un metodo alto e popolare assieme, intellettuale e circense, radicale e affabulatorio. Lo spunto non sono tanto le novelle di "Le mille e una notte" ma lo stratagemma di Shahrazād di continuare ad aprire nuovi percorsi narrativi rendendo la favola potenzialmente infinita. E concretamente lunga. Le mille e una notte - Arabian Nights è infatti diviso in tre film (Inquieto, Desolato, Incantato) per un totale di 380 minuti. Se si considera che la precedente opera di Gomes, Redemption (2013), ne dura solo 26, si ha facilmente l'idea di un cineasta senza mezze misure. Perché politico Arabian Nights? Perché il progetto di questo flusso cinematografico nasce quando il Portogallo è stretto nella morsa dell'austerity, coinvolge direttamente maschere (nell'episodio Inquieto) che rimandano ai portavoce della "Troika": Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. Perché al loro discutere grottesco fa da contrappunto il silenzio di un pueblo che ascolta un gallo incapace di stare zitto, divulgatore di chissà quale profezia o verità. Apologo morale favolistico, a tratti sconnesso. E non all'apparenza: Gomes teorizza il disordine fecondo per la creazione di altre storie che lui per primo confessa di ignorare, o di non comprendere. Il suo scopo è far emergere la vitalità individuale, ma soprattutto comunitaria, contro il "tecnicismo" della politica sospeso nel presente eterno, senza passato quindi senza memoria (espressa appunto dalla forza anche caotica della narrazione). Tabù, un capolavoro in paradiso Il già citato Redemption appare propedeutico ad Arabian Nights (soprattutto a Inquieto e Incantato, i due episodi più chiaramente politici) con i suoi ritratti liberi, e ancora una volta lontani da qualunque didascalismo, di altrettanti leader europei (Passos Coelho, primo ministro portoghese dal 2011 al 2015; Berlusconi, Sarkozy, Merkel). Sono riferimenti meno che indiziari: dei leader si racconta un'emozione, un impeto nostalgico, attraverso un immaginifico gioco di astrazioni. Ma la prima parte, dedicata a Passos Coelho, con il suo riferimento alla Rivoluzione dei garofani e soprattutto al passato coloniale del paese, suggerisce un ulteriore rimando a posteriori a Tabu (2012). Quello che resta il capolavoro di Gomes, uno dei film europei più belli e importanti del millennio è senza dubbio Tabu. Opera divisa in due: Paradiso perduto (a Lisbona) e Paradiso (a Capo Verde). Nel primo un'anziana signora prossima alla morte chiede che venga ritrovato il suo antico amante Ventura. Il quale, nel secondo Paradiso, racconta del loro amore impossibile e per questo infinito. La donna morente si chiama Aurora, il film Tabu. Ma non esiste citazionismo. Gomes sottolinea come la dimenticanza di Murnau, tra i maestri meno celebrati della settima arte, riguardi la rimozione di un cinema che sia non tanto scrittura del sogno (anche) bensì del mito. Quest'ultimo riguarda il passato di una comunità (il colonialismo), degli individui (la storia d'amore "percepita", forse non del tutto vera ma neanche falsa) e del cinema (muto, in bianco e nero, fantastico). Da Tabu a Le mille e una notte - Arabian Nights (al netto in quest'ultimo caso di qualche eccesso cerebrale, ad esempio in Incantato la deriva ornitologica quasi insostenibile) passando per Redemption, gli uomini e le donne di Gomes si definiscono per come sono percepiti nella memoria collettiva e dei singoli. E la storia con la maiuscola è conseguenza di questa memoria. Senza, non esiste.