07 luglio 2016

L.A. CONFIDENTIAL: un assoluto capolavoro

La Los Angeles della violenza e della pornografia, dei ricatti e della paranoia, la Los Angeles delle speculazioni edilizie sregolate, dei politici disnoesti e delle star strafatte, la Los Angeles del razzismo e degli omicidi irrisolti -- per pigrizia, inettitudine o tornaconto --, la Los Angeles della polizia talmente corrotta che a un certo punto ha smesso di essere collusa con la crimintà organizzata: ne ha preso direttamente il posto.
È la Los Angeles di James Ellroy e della sua “L.A. Quartet”, la quadrilogia di romanzi polizieschi sulla città degli angeli che poco ha fatto per il turismo ma tantissimo per la letteratura ‒ di genere e non. Quattro libri stupefacenti, due dei quali sono diventati film. Uno di questi è L.A. Confidential ed è un assoluto capolavoro.
A quasi 20 anni dalla sua uscita, L.A. Confidential è praticamente un classico, un capostipite del genere neo-noir, universalmente considerato uno dei migliori film degli anni 90 e con in tasca una marea di premi e riconoscimenti tra cui spiccano 9 candidature agli Oscar, di cui due vinti (Miglior Attrice non protagonista e Miglior Sceneggiatura non originale) e sette persi contro Titanic... Ma nel 1997 non era così ovvio. La sua storia produttiva non si può dire che fu travagliata, ma nemmeno che nacque sotto il segno dell’entusiasmo: la Warner Bros., che aveva i diritti per l’adattamento del romanzo di Ellroy, affidò senza troppa convinzione la regia a un autore, Curtis Hanson, all’epoca poco famoso e senza infamia né gloria; lo sceneggiatore Brian Helgeland (che prima di allora aveva firmato roba come Nightmare 4 e il flop clamoroso di Assassin con Stallone e Banderas), grandissimo fan di Ellroy, fece carte false per essere incluso nel progetto e lavorò quasi gratis; i due attori scelti come protagonisti, Russel Crowe e Guy Pearce non erano visti di buon occhio in quanto “due australiani che non conosce nessuno” (affermazione sbagliatissima: erano un neozelandese e un inglese cresciuti in Australia che non conosceva nessuno).

Ma nonostante le resistenze della produzione, sono proprio Pearce e Crowe la forza motrice del film, due tizi, proprio come nei romanzi di Ellroy, che all’inizio non ispirano la minima simpatia ma ai quali man mano che la pellicola va avanti non puoi fare a meno di affezionarti. A coprire la quota dello star-power e fare contenta la Warner ci pensano Danny DeVito e Kim Basinger (suo uno dei due Oscar vinti) nei ruoli di Danny DeVito e Kim Basinger, cioè il viscido e la femme fatale, più un Kevin Spacey, detective scarso ma piacione, all’epoca considerato fuori parte perché specializzato in ruoli ben più spregevoli.
La letteratura di Ellroy, cinica e pessimista eppure caratterizzata da un rigoroso senso della giustizia, pullula di bruti che si redimono e persone rette che fanno crack e L.A. Confidential non fa eccezione. La storia, notevolmente alleggerita rispetto al romanzo originale (ma con la benedizione e i vivi complimenti del suo autore), è quella di tre eroi tutt'altro che integerrimi, tre poliziotti che nascondo dietro un distintivo i propri vizi e le proprie vanità, tre "tutori dell'ordine" ai quali capita incidentalmente di fare del bene mentre perseguono nient’altro che il proprio interesse: l'ambizioso Ed Exley (Pearce) è un manipolatore e un animale politico che fa solo mosse che possono favorire la sua carriera, ma in fondo risolve casi; il brutale Bud White (Crowe) ammazza di botte delinquenti che gli ricordano suo padre, ma in fondo protegge gli innocenti; lo sfavillante Jack Vincennes (Spacey) lavora in combutta con un giornale scandalistico e si interessa solo a casi che gli possono portare pubblicità, ma in fondo tiene le strade pulite. Tre egoisti figli di puttana che per una serie di circostanze fortuite finirianno per fare, per una volta, la cosa giusta invece che quella furba, mettendosi contro un cartello composto da politici, industriali e criminali e una cospirazione che arriva fino alte sfere della polizia.
L.A. Confidential cattura alla perfezione non un periodo della Storia americana, ma della Storia del Cinema. Col suo formato in cinemascope e la fotografia scintillante (contrariamente alla tendenza del noir) del grandisismo Dante Spinotti, la cinepresa puntata sui sobborghi di Los Angeles ma che guarda sempre con la coda dell’occhio a Hollywood, le sue prostitute travestite da star e le star travestite da poliziotti, è un omaggio sentito, un’appassionata lettera d’amore al poliziesco e al Cinema tutto degli anni 50.