28 aprile 2016

Come Stallonizzare un film: La vendetta di Carter

Stallonization è un termine che non esiste eppure dovrebbe. Se esistesse starebbe ad indicare la maniera in cui qualsiasi storia, una volta entrata nell’orbita di Sylvester Stallone, subisca una mutazione fino a prendere la forma delle tipiche parabole dei suoi film. Vuoi che ci sia un romanzo dietro o un film originale da rifare, lo stesso la stallonizzazione (questa sarebbe la traduzione più corretta del termine, se solo esistesse) piega ogni trama verso una parabola di un perdente della vita, non amato da nessuno e con poca fiducia in se stesso, un poveraccio che cerca una purificazione attraverso un’impresa magari non indispensabile né davvero importante ma dall’alto valore simbolico ed etico.
Ah! E la cerca a pugni.
Un esempio di un film stallonizzato? La vendetta di Carter.
C’era un romanzo dietro questo film, Jack’s Return Home di Ted Lewis, e ben due altri adattamenti per il cinema. Prima Carter, la versione abbastanza fedele di Mike Hodges con un classico e letale Michael Caine nei panni di Jack Carter, capostipite di un’intera scuola di polizieschi britannici. Poi solo un anno dopo Hit Man, un adattamento meno fedele e più americano, tutto blaxploitation in cui addirittura compariva Pam Grier.
La storia in sè invece è abbastanza lineare: c’è un gangster che torna a casa, da una città rutilante ad un piccolo centro, per la morte del fratello in un incidente di macchina. Era ubriaco ed è finito fuori strada ma la storia non quadra. Carter indaga nel sottobosco della malavita che una volta conosceva molto bene e che proprio non lo vede di buon occhio, specie quando si mette a fare domande. Salterà fuori che c’era un giro di pornografia minorile dietro a tutto e che ovviamente il fratello non è un santo ma peggio di lui è chi lo ha fatto fuori.
Avanti veloce e nel 2000 qualcuno decide che questa storia merita una stallonizzazione.
Ovviamente, come in tutte le stallonizzazioni migliori si assiste anche qui ai tratti tipici dell’operazione, ovvero un aumento drastico delle battute ad effetto, un aumento della violenza direttamente proporzionale alla diminuzione del suo impatto (cioè darne di più ma in maniera meno impressionante e più cartoonesca), un odio maggiore nei confronti del protagonista, reietto dal mondo e vessato da tutti, ma soprattutto un maggiore senso di sconfitta. Se si guarda al Carter di Michael Caine (che comunque compare in un piccolo ruolo anche nella versione stallonizzata), si vede un uomo da poco, determinato e a suo modo eroico, un duro a cui si vorrebbe somigliare, è facile immaginare che lontano da Newcastle (dove quel film si svolge) possa essere qualcuno; se si guarda al Carter moderno di Stallone invece non si vede che un uomo senza casa, uno che ha sbagliato tutte le scelte della vita ma forse stavolta no.
In più se Michael Caine andava a donne, seduceva per ottenere informazioni e si imponeva come un uomo potente, Stallone potente lo è per i cazzotti ma la sua malinconia da perdente gli impedisce di possedere femmine. Quindi con le donne ci si parla e basta. Come al solito dentro il grande corpo batte un grande cuore indurito dal dolore di una vita, le donne allora si amano e non si possiedono (né si toccano, al contrario del Carter vero che faceva volare schiaffi e non muoveva un dito quando ne poteva salvare).
La stallonizzazione di Carter dunque all’inizio è invisibile ma sempre di più prende la storia per la gola e alla fine, nessuno se n’è accorto, ma abbiamo assistito ad un parabola diversa. Benché gli esiti siano gli stessi, il conto dei morti anche e pure i nomi sulle targhette dell’obitorio siano quelli, lo stesso l’impressione con cui si chiude il film è quella di aver visto un’altra storia, una di un uomo fuori dal proprio tempo (essendo stato girato nel 2000 trabocca di cattivi inseriti nel mondo della tecnologia), relitto di ere passate, ad disagio ovunque tranne quando c’è da incassare e restituire pizze in faccia.
Perché la prima regola della stallonizzazione, anche in una storia di vendetta come questa, è annullare l’idea stessa di vendetta, poiché il protagonista non può vincere mai ma è sempre uno sconfitto della vita che cerca per una volta di fare la cosa giusta.