25 febbraio 2016

L'Ultimo Dei Mohicani

Michael Mann è uno dei registi più interessanti della sua generazione. Con il suo stile elegante, preciso, potente ha riportato il cinema d'azione alla maturità e serietà propria di autori come Arthur Penn o John Frankenheimer, lanciandolo su una delle sue vette moderne nel 1995 con il livido Heat – La sfida: una sorta di ponte tra il noir francese e l'action statunitense che racchiude la sua cifra stilistica e definitivamente inchioda il coperchio sulla bara del cinema d'azione fracassone degli anni ottanta.
L'Ultimo dei Mohicani (1992), per l'ambientazione storica e per quel sottofondo di melodrammone col ralenti sulle espressioni intense col musicone commoventone che incalza, può apparire come un oggetto strano nella sua filmografia, così dominata da polizieschi e thriller contemporanei e nichilisti, ma non è così. Il mondo di Mann è sempre un “poliziesco”, è sempre un mondo in cui uomini con sistemi di regole e valori diversi si trovano a scontrarsi, come criminali e poliziotti; è un mondo in cui ragioni e colpe spesso sfumano sullo sfondo, a favore del raccontare l'umanità e la fallibilità dietro i ruoli che questi uomini hanno scelto.
Ed è così anche ne L'Ultimo dei Mohicani dove, partendo da un romanzo che lo stesso Mann definisce “un brutto libro, decisamente”, il regista e sceneggiatore rivede vigorosamente la storia: la tratta come un'epica romantica sì, ma a differenza del libro ne sottolinea decisamente gli aspetti più storici e d'azione, in cui le fazioni in ballo sul finire del 1700 durante la “Guerra dei Sette Anni” si intrecciano e si scontrano, ognuna con le sue regole e le sue vicendevoli idiosincrasie.

Si scontrano con le vicendevoli idiosincrasie

Chiariamoci subito: è un “melodrammone con i ralenti sulle espressioni intense col musicone commoventone che incalza” molto più di quanto un fan di Mann (o chi lo vide da ragazzino in sala) vorrebbe ammettere, così come è molto meno “resoconto storico” di quanto sia stato incensato dalla sua uscita a oggi; è un blockbuster, è un feuilleton romantico\avventuroso ripulito, asciugato e iniettato di Pervitin, è un Cuori Ribelli più a schiena dritta e più avvincente. Può essere tutto quanto sopra ma è principalmente un gran bel film; e a fronte di ciò, rende tutte le altre definizioni quasi invisibili. Perché Mann, al suo primo big budget hollywoodiano, è già un maestro, un narratore che sa catturare l'attenzione anche senza prenderti per il collo e un tecnico micidiale, cosa che varrà infatti al film un Oscar come miglior sonoro, anche se avrebbe meritato un paio di nomination in più.

- Intervallo -

Avete presente il sonoro nei film di Mann? Avete presente come sparano le pistole nei suoi film, al cinema? Sembra una cosetta o una mia fissazione, ma non lo è. Mann è riconosciuto come un punto di riferimento sull'argomento suono, è un maniaco della sonorizzazione e, per chi ci presta orecchio, le sue sparatorie (oltre che essere scritte e girate in maniera impeccabile) hanno un sonoro che non è mai esistito prima. Mann infatti confida sul suono, inteso sia come commento musicale sia come sonorizzazione, dei suoi film per veicolare una buona parte dell'impatto drammatico delle scene; è una sua cifra stilistica e alla quale presta talmente tanta attenzione che si presenta dal sound designer del film con un blocchetto di appunti su cosa vuole esattamente, subito da inizio lavorazione e spesso accorpa il reparto del suono e il compositore della colonna sonora a lavorare assieme per tutto il processo creativo. Questo è evidente nella scena finale del film dove possiamo vedere uno dei connubi tra immagini e sonoro più brillanti ed epici, del cinema recente.

Maniaco perfezionista

Elliot Koretz, che con lui ha lavorato come sound designer per Collateral e Miami Vice, racconta che per il secondo film, per dare un realismo immersivo da documentario (Mann voleva qualcosa che ricordasse i filmati della famosa sparatoria di North Hollywood del 1997) stratificarono suoni registrati ad hoc e librerie sonore acquisite per Collateral così come librerie sonore generiche, con un lavoro di editing certosino durato giorni solo per la sparatoria finale. Il risultato, così pieno di eco, clic, sibili, detriti che saltano e corpi sordamente crivellati in lontananza, è una sinfonia di morte che ha la potenza delle immagini stesse.
Se nel cinema il senso del tatto è sopperito dal suono, Mann ci mette pure l'olfatto. O almeno la puzza di lubrificante per armi io la sento, non so voi. Questo perché è un maniaco, un perfezionista, uno che gira finché non ha esattamente ciò che vuole; per capirci: un giorno durante le riprese di L'Ultimo dei Mohicani, durante la scena dell'assedio al fortino, le cui take andavano avanti da tutto il giorno, andò su tutte le furie perché nell'inquadratura entrava una luce non voluta, cominciò a sbraitare perché venisse spento quel riflettore. Non era un riflettore, era il sole: a furia di rifare la scena si era fatta l'alba.

- Fine Intervallo -

All'inizio paragonavo Mann a due classici come Frankenheimer e Penn, e per come lo vedo io, Mann è uno degli ultimi autori viventi a giocare quello sport lì, tant'è che in Ronin (1998) lo stesso Frankenheimer probabilmente si è ispirato anche a Heat, per chiudere il cerchio.
Mann è quindi un autore assolutamente moderno, innovativo e contemporaneo che ha però il passo dei grandi classici, degli autori che giocano a regole proprie e piegano le costrizioni del genere alla loro visione, che cambiano il canone anche quando rimangono nel genere.
L'Ultimo dei Mohicani lo dimostra chiaramente: sotto una narrazione da film d'avventura romantico classico, quasi Fordiano, fa passare una certa dose di western (anche se siamo in un'epoca pre-western) revisionista e su tutto il terzo atto imprime una netta impronta personale: quella pessimista, livida, esistenzialista, che ritroveremo nei suoi noir successivi.

Perfezionista fino all'estremo, Mann costrinse il cast ad allenamenti di trekking e caccia serrati per muoversi e agire come i coloni che la natura selvaggia la piegarono al loro volere, così come i nativi con essa vivevano in simbiosi. Daniel Day Lewis si sottopose ad un allenamento speciale per mettere su un fisico credibile per le imprese narrate e ad oggi, il suo Occhio di Falco scolpito e lungocrinito rimane il sogno proibito di molte mie ex compagne di liceo.

Micheal Mann, pittore

Ma il vero gioiello è Wes Studi, uno dei pochi attori nativi americani ad aver imposto, soprattutto con questo film, la sua faccia nel cinema statunitense: il suo ambiguo, machiavellico a tratti, Maqua manda a colpi di tomahawk all'inferno decenni di dicotomia “buon selvaggio\indigeno assetato di sangue”, fissandosi come uno dei più sfaccettati e complessi personaggi della frontiera raccontata al cinema.

Da vedere quantomeno per l'impianto tecnico, registico e per la fotografia, ma anche per osservare al microscopio la nascita, seppure in una veste inconsueta, del neo-noir di Micheal Mann, uno dei pochi campioni contemporanei che già oggi può essere scritto sulla stessa pagina di istituzioni del genere come come Sturges, Hawks, Huston o Siegel.