20 settembre 2016

L'irresistibile fascino teenpop di Fight Club

La cosa che mi ha sempre fatto sorridere di Fight Club è come, da un libro sulla paura della morte, la disillusione nei confronti del capitalismo, la crisi dell’identità maschile e l’odiare il proprio lavoro ― insomma, un esauriente compendio di cosa significa avere 30 anni ― sia venuto fuori un film che è praticamente il testo sacro (nonché manuale di istruzioni, con risultati tra il patetico e il disastroso) di un esercito di ragazzetti disagiati a cavallo tra liceo e università.


Non che questo sia un male, anzi, è la misura del talento di David Fincher come autore cinematografico, uno che si è sempre confrontato con soggetti non non suoi e che ogni volta è riuscito a imprimervi il suo marchio di fabbrica restando al tempo stesso fedele all’opera originale. Quando Fincher prende un libro ― spesso un romanzo e spesso già di successo ― il lavoro che fa, più che di adattamento, è di rielaborazione. Lo fa proprio, ma non se ne appropria; e di fronte a un film di Fincher quasi nessuno ha il coraggio di dire “era meglio il libro”, perché ci si trovia di fronte qualcosa di assolutamente fedele eppure profondamente personale.

Nel caso di Fight Club gli interventi rispetto al testo più interessanti sono due.

Il primo: accentuando alcuni aspetti e glissando su altri, porta in superficie la natura di Fight Club come racconto di formazione. Al che qualcuno dirà: i racconti di formazione hanno protagonisti adolescenti, cosa c’entrano i trentenni di Fight Club? Ed è proprio questo il punto. Nel suo romanzo, Chuck Palahniuk parla di una società castrante all’interno della quale gli adulti non sono veramente adulti, non possono realizzarsi, non possono crescere; Fincher coglie e amplifica, e cambia il finale, più cinematografico ma anche più funzionale a questo tipo di racconto: “Jack” e Marla, mano nella mano, come due improbabili Adamo ed Eva, si appresano ad abitare un nuovo mondo che sta per nascere dalle ceneri di quello vecchio, del quale saranno veramente padroni, nel quale potranno potranno finalmente essere adulti. Non sorprende che, al di là dell’età anagrafica dei personaggi, un’immagine del genere abbia fatto venire nelle mutande ogni adolescente e post-adolescente incazzato col mondo.


Il secondo: prende un romanzo che inneggia all'anarchia e alla rivoluzione anti-establishment e lo immerge nel pop, lo trasforma in una dei più sfacciati e autocompiaciuti pastiche cinematografici di sempre; sappiamo bene che a Fincher non manca la capacità di essere sobrio, addirittura raccolto, lo fa perché è l'unica cosa da fare: qualunque altra scelta stilistica sarebbe stata ipocrita. Come puoi restare serio quando Hollywood ti commissiona un film contro il Sistema? Come puoi guardare in faccia il tuo pubblico mentre spieghi loro che la cultura di massa ci sta lobotomizzando con in tasca 60 milioni di dollari elargiti dalla 20th Century Fox?
Riempie la pellicola di battute, effetti speciali all'avanguardia, giochetti visivi, strizzate d'occhio, riferimenti "meta", infrazioni della quarta parete… Tyler parla direttamente con lo spettatore, sa che il protagonista-narratore ha appena avuto un flashback, svela trucchi da addetti ai lavori delle sale cinematografiche (le "bruciature di sigaretta" sulla pellicola): è tutto repertorio di un cinema autoconsapevole e autocompiaciuto che ha spopolato per tutti gli anni 90 (vedere alla voce TARANTINO, Quentin). Un cinema che era di moda. Come alla moda e fichetto è il cast che Fincher sceglie: Edward Norton, Helena Bonham Carter, Jared Leto e sopra a tutto e tutti Brad Pitt, l'attore più figo del momento, all’apice del suo carisma e del suo fascino, un dio greco coi denti un po' scheggiati è il volto della rivoluzione, perché niente dice “fuck the system” come degli addominali perfetti e un torace depilato.


Contraddizioni formali che mettono in luce la contraddizione profonda alla base della storia: "Tyler Durden" è un'ipocrita. Sfotte la società che ci vorrebbe tutti modelli perfetti quando lui per primo è un modello perfetto, disprezza il sistema che ci schiavizza e fonda un gruppo paramilitare di babbei che seguono ciecamente i suoi ordini. Ci vuole liberi, ma deve essere la libertà che ha deciso lui. Ci vuole salvare facendo esplodere i palazzi. Le sue argomentazioni sono affascinanti, i suoi metodi allettanti, ma le sue risposte ai problemi che affliggono l'uomo moderno sono non-risposte, le sue soluzioni sono fumo negli occhi, uno bello spettacolo di luci che a fine proiezione ti lascia con più dubbi di quanti ne avevi all'inizio. Proprio come il buon Cinema.