15 maggio 2016

Il cinema nero di Riccardo Scamarcio

Un tempo, all'epoca d'oro della commedia nazionale, il personaggio dell'italiano all'estero svolgeva sostanzialmente due ruoli: la conferma dei nostri stereotipi in luoghi lontani, e la messa a prova dell'identità tricolore nei confronti di costumi, stili di vita e comportamenti a noi sconosciuti. Film come Riusciranno i nostri eroi..., Fumo di Londra, Il gaucho attuavano dunque questo doppio registro di distanziazione e conferma - per non parlare del cinema sulla nostra migrazione, capitanato da Pane e cioccolata. Di tutto questo si è ricordato anche Checco Zalone con il suo recente Quo vado?, costruito evidentemente su questa tradizione. Se usciamo dal territorio della commedia, l'estero è quasi sempre luogo di malaffare o pericolo. In questi anni ce lo hanno insegnato Una vita tranquilla, Anime nere, Alaska, Gomorra - la serie, La prima luce e altri film, spesso diversi tra di loro ma pur sempre centrati su questo ossessivo confronto tra radici italiane, spesso meridionali, e sistemi sociali eteronomi. Fa una certa impressione, in Pericle il nero, che Stefano Mordini abbia spostato l'ambientazione del romanzo di Giuseppe Ferrandino da Napoli a Bruxelles, perché emerge inevitabile una eco delle cronache provenienti dal Belgio, dipinto dai media come un paese culturalmente fallito, covo di terroristi e di utopie finite a ramengo, di camorra e 'ndrangheta in trasferta, ma pur sempre capitale dell'Europa presunta unita.
Non sappiamo se Pericle il nero abbia anche questa ambizione metaforica, di farsi cioè portatore di una visione del Continente tutt'altro che ecumenica e ottimista. Certo è che ambientare parte della trama a Calais - luogo dell'imbarco per quella Gran Bretagna in bilico sull'uscita dall'Unione, oltre che posto terribile dove i migranti affamati e assetati cercano di sfuggire alla loro condizione - non sembra un caso, anche perché lo scalo sembra diventare un limite invalicabile invece che un sito di transito per l'altrove. Il fatto è che Pericle è Scamarcio, in tutto e per tutto. Non intendiamo che lo è solo perché lo interpreta, essendone voce narrante e corpo in scena dalla prima all'ultima inquadratura, ma anche perché ne è produttore e di fatto salvatore di un progetto più volte dato per perso. Pochi ricordano che un primo nucleo del progetto era stato affidato, anni fa, a Francesco Patierno e a Pietro Taricone, il quale avrebbe per quel film mandato all'aria tutta l'eredità del Grande Fratello per calarsi nei nerissimi panni di Pericle, picchiatore e sodomita della Camorra. Forse un'idea del genere era l'unica in grado di escoriare il pubblico, suscitare una reazione veemente, evocare la brutalità del libro - che ha dalla sua l'essere senza filtri, come il protagonista. Di Scamarcio non si può dire nulla di male, compreso l'accento napoletano (sia pure platealmente modulato sulla cadenza di Toni Servillo), ma ancora una volta - come accaduto per La prima linea - il volto levigato, lo sguardo da buono, la corporeità talvolta adolescenziale, il suo non essere mai "uomo vissuto", condannano il personaggio a un ibrido inconciliabile. Lo scacco è sempre lo stesso: come continuare ad essere idolo del cinema rosa (Io che amo solo te) e al tempo stesso corpo duttile per un cinema nero e violento. Fino ad ora la soluzione - per un attore comunque tecnicamente preparatissimo - non si trova.