27 giugno 2016

Greta Gerwig, Miss America

Ha gli occhi ambrati Greta Gerwig. Non verdi, non marroni ma ambrati, mentre visualizzano idee e inseguono un'altra avventura dentro un caffè di Brooklyn che serve coi sogni bio il tè organico e i sandwiches vegani. Attrice ad alta intensità emozionale rivelata da Noah Baumbach nel 2010 (Lo stravagante mondo di Greenberg), sublimata da Whit Stillman (Damsels in Distress - Ragazze allo sbando), invitata nel tour italiano di Woody Allen (To Rome with Love) e nel paradiso elettronico di Mia Hansen-Løve (Eden), avanza nella vita come le sue eroine mondane in bilico tra un racconto morale rohmeriano e una commedia romantica alleniana. Bionda sommessa dal sorriso immenso e le spalle solide, entra dalla porta di servizio del cinema indipendente americano con Joe Swanberg (LOL) e diventa figura di prua del mumblecore, un movimento che annovera film a combustione spontanea, girati più spesso con camera digitale, pochi soldi e un pugno di attori che raccolgono l'eredità di John Cassavetes e interpretano l'erranza studentesca di una generazione che discute all'infinito sulla propria indeterminazione. E di quella generazione Greta diventa la musa con Frances Ha, dove "non è ancora una persona vera" ma una giovane donna che ha lasciato l'adolescenza da qualche tempo senza raggiungere la terra ferma di un'ipotetica età adulta. Frances non è più studentessa ma non ha ancora un lavoro, non vive più coi suoi genitori ma cerca sempre un suo nido traslocando da un appartamento all'altro. Piena di una grazia goffa e lunare, l'attrice incarna un intervallo che rischia di perpetuarsi diventando destino indeterminato. L'incompiutezza è la condizione esistenziale e sociale di tutti i suoi personaggi, che si inventano senza aver bisogno di una storia d'amore perché gli innamoramenti si integrano in un contesto relazionale e immaginario più grande, dove a contare di più sono l'amicizia, il gruppo, la scoperta del mondo. Apprendista ballerina (Frances Ha) o oste di una cantina bio (Mistress America), le sue eroine vivono in un mondo, quasi sempre New York, di infinite possibilità che probabilmente non si realizzeranno mai. Le declinazioni della sua hipster ultra-contemporanea e totalmente rétro imputano gli scacchi alla cattiveria del mondo (un'amica invidiosa che le ha rubato l'idea di t-shirts con teschio e motivo floreale) o a una lungimiranza che guarda più lontano del mondo. Nondimeno, le protagoniste di Greta Gerwig non si considerano mai come vittime né i film le disegnano come tali. Alla Maniera di Frances, di Brooke o di Maggie, lo spettatore sopporta la dose accettabile di dolore perché sotto la vernice del mondo, quello degli artisti newyorkesi, la competizione è feroce. "Diventare una persona vera" comporta immancabilmente una porzione di tormenti, di ferite, di lutti. Per misurare i passaggi iniziatici, Noah Baumbach, compagno artistico e sentimentale dell'attrice, sceglie in Frances Ha il settore immobiliare, il più potente marcatore sociale in una metropoli come New York. Ogni nuova vittoria e ogni delusione si traduce per la protagonista in un trasloco e in sistemazioni più o meno precarie, approdandola a un epilogo ingegnoso e toccante che dona il senso al titolo. Il cognome di Frances, troppo lungo per figurare intero sulla cassetta postale, sarà ridotto a due lettere, le prime due (Ha) che esprimono poeticamente un'identità abbozzata, fluttuante, sospesa. Un'identità in bianco e nero che Baumbach sviluppa coi grigi e abbandona alla dimensione critica di un'odissea iniziatica che suscita sempre la stessa domanda: quando sapremo di essere arrivati a casa? Quando sapremo di essere 'da noi'? Ma all'erranza infinita di Frances, l'autore offre almeno una chance, un indirizzo, un nome (accorciato) sulla targhetta. Ambasciatrice luminosa del cinema indipendente americano, Greta Gerwig è un'interprete totale, l'attrice assoluta della sua generazione, un'epidemia che si estende come un lento e inesorabile contagio, investendo il biotopo cinéphile da quando, aspirante cantante tuttofare ne Lo stravagante mondo di Greenberg, appare rilucente e pervasa di un'energia seduttiva che oscura ogni altra forza in scena. Il suo dominio comico, già straordinario, il volto che risplende un'intatta luce d'adolescenza, il corpo disarticolato di marionetta e il sodalizio lirico con Baumbach stabiliscono un campo di attrazioni del quale Greta è evidentemente il centro. Attrice esistenziale, e tanto più esistenziale dove più è comica, risponde al nulla in cui siamo gettati con uno scarto surreale e una contraffazione ludica mai così evidente come in Mistress America e Il piano di Maggie, commedia di ri-matrimonio di Rebecca Miller che offre all'instabilità congenita dei suoi personaggi un lavoro stabile alla Columbia University di New York. A confermarsi è l'immaturità ricreativa del privato, che la Maggie del titolo gestisce come una piccola impresa idealista, elaborando continuamente dei piani per migliorare la propria vita e quella degli altri, indipendentemente dalla loro volontà. Mélange di charme e vaghezza, Greta si concede ancora una volta vagabondaggi e soliloqui in un film che assomiglia meno agli altri, perché la realizzatrice non ha presumibilmente una relazione di fascinazione ipnotica con la sua attrice. Il piano di Maggie non abdica certo la mitologia Gerwig ma la impiega unicamente come motore di una finzione più ampia che eccede il suo personaggio, più vicino a George Cukor che al genere minimalista che l'ha 'concepita'.

Nata a Sacramento, cullata in un'infanzia middle class idilliaca e ricettiva all'immaginario newyorkese alimentato dal cinema di Woody Allen, vive a New York, nel West Village, ascolta Tame Impala, legge Baudrillard e Camus, si addolora per il riscaldamento globale e vota per i democratici (il primo fu John Kerry), dando forma a un glamour femminile fatto di seduzione e incertezza, fragilità eccentrica, interloquire svagato e tenute stravaganti sullo sfondo di una città che è luogo concreto in forma immaginaria. In una commedia che avanza sulle tracce di Allen e del suo discepolo, Noah Baumbach, la Gerwig guadagna oggi in ampiezza e maturità, sbarazzandosi del gesto eccessivo e distillando negli imbarazzi una purezza che innamora, perdutamente. Immune a qualsiasi affettazione preconfezionata, ancora una volta le tocca l'onore del titolo e il ruolo di un'eroina che non ama che il destino decida del suo (Il piano di Maggie). Perché Greta Gerwig è propulsione pura, l'immagine di un nuovo tipo di donna che solca coreograficamente i marciapiedi di Manhattan e impone con gusto la propria presenza moderna nel tessuto sociale americano e nel naturalismo radicale del cinema che incarna senza risparmio di luce, di eleganza, di umorismo.