02 marzo 2016

Fuga da Los Angeles

Ci sono due tipi di sequel nel cinema americano: quelli fatti o almeno concepiti immediatamente dopo il successo del primo capitolo per fare cassa, e quelli che arrivano, magari anche a molti anni di distanza, come continuazione di un progetto su cui l’Autore sentiva di avere ancora qualcosa da dire. E per fare cassa.
"Trova le differenze”

John Carpenter è stato molte cose in vita sua, regista, sceneggiatore, montatore, produttore e compositore, ma, a dispetto del suo nome che significa “falegname”, non è mai stato una persona avida di danaro. Distretto 13, Halloween, Fog, solo per citarne alcuni, sono capolavori realizzati con grandissima abilità in situazioni di assoluta indigenza: cosa mai può averlo spinto a prendere un film come Fuga da New York, anno 1981, riuscitissimo action distopico low budget, e chiedere 50 milioni di dollari alla Paramount per farci, a 15 anni di distanza, un sequel che a ben guardare è praticamente un remake?

Dietro alle varie accuse di essersi rincretinito, di aver fatto il passo più lungo della gamba, o di essere un avido carpentiere, c’è la realtà del fatto che John Carpenter ha fatto Fuga da Los Angeles perché poteva farlo e perché era un’idea dannatamente divertente. E per quietare Kurt Russell, che, riesco a immaginarmelo perfettamente, ha chiamato Carpenter un giorno sì e uno no per 15 anni (fermandosi solo quando facevano un altro film assieme: in quel caso poteva dirglielo tutti i giorni e di persona) per chiedergli "ma allora, quand'è che facciamo un nuovo film su Snake Plissken?".
Hitchcock aveva Jimmy Stewart, Sam Raimi ha Bruce Campbell e John Carpenter ha Kurt Russell, attore feticcio, musa e amico di bevute a cui è impossibile dire di no.
“Superamici sul set!"

Detto fatto. In un 2013 come solo nel 1996 ce lo si poteva immaginare, gli Stati Uniti sono un impero con colonie in tutto il mondo, il Presidente è un fanatico religioso eletto a vita e Snake Plissken (o Jena, secondo l’antiquato adattamento italiano che temeva lo spettatore non cogliesse il sottile riferimento zoologico; poco importa se “Jena” ha un cavolo di GIGANTESCO SERPENTE tatuato sulla pancia) viene reclutato per la solita missione talmente suicida che solo un figo come lui può portare a termine indenne: infiltrarsi nella città-prigione di Los Angeles, una terra di nessuno fisicamente separata dal resto del continente dopo un violento terremoto, e recuperare un’arma che nelle mani sbagliate — nella fattispecie un cosplayer di Che Guevara con sigaro sempre in bocca, retorica pseudosocialista e accento ridicolo — potrebbe mettere in ginocchio il mondo intero.
“Hasta la victoria, caramba!”

La suggestione che guida il film è evidente: la città degli angeli è diventata l'inferno e Snake ne attraversa i pittoreschi gironi come in una sorta di Divina Commedia cartoonesca e cyberpunk. C’è il “livello” delle celebrità rese deformi dai troppi interventi estetici (con cameo di Bruce Campbell, nel ruolo del chirurgo pazzo), quello dei surfisti fattoni (con cameo di Henry Fonda, vecchio hippy un po’ sciroccato), la parata coi rivoluzionari vestiti da Pancho Villa, l’arena dei gladiatori, i mafiosi cinesi volanti (con cameo di Pam Grier, nel ruolo di un transessuale!), lo scontro finale a Disneyland e tutta una serie di prove, quest e labirinti da superare degni di un videogioco: Snake che guida il sottomarino, Snake che spara, Snake che vola in deltaplano, Snake che gioca a basket, Snake che surfa..!
L’aveva già capito il critico americano Roger Ebert nel 96, il genio di Fuga da Los Angeles, il suo trionfo e la sua disfatta, sta nell’essere contemporaneamente un action e la sua parodia, la satira del genere e un esemplare perfetto del genere stesso.
“Snake spara, Snake gioca a baket, Snake fa surf, Snake sul deltaplano: collezionali tutti!”

L’ironia di Carpenter, che prendeva in giro l’intero genere senza fare sconti nemmeno a sè stesso, non è stata capita allora (il film incassò metà di quello che era costato) ma sta, con molta calma, venendo rivalutata negli ultimi tempi. D’altra parte, al netto degli effetti speciali invecchiati impetosamente e un pubblico disabituato alla tradizione action e quindi incapace di coglierne gli aspetti “meta”, Fuga da Los Angeles conserva un finale (interamente scritto da Russell, dice la leggenda) che appare più attuale oggi di 20 anni fa, in cui uno Snake stufo marcio di tutto e di tutti — della religione, delle guerre, degli stessi scenari che si ripetono sempre uguali e di una società completamente schiava della tecnologia — sceglie di spegnere tutto e costringere la razza umana a ricominciare da capo.
The future is right now.