04 maggio 2017

Se il finale l’ha scelto la produzione

Uno screening test non andato come si aspettava, l’esigenza di tenere aperta la porta ad altri sequel, la voglia di non deprimere troppo il pubblico… Le ragioni possono essere tante, ma che i produttori impongano a un regista un finale differente è pratica comune a Hollywood. Ecco allora cinque pellicole famosissime… che dovevano finire in un altro modo!
di Alessandro “DocManhattan” Apreda
John Connor in lacrime e il T-800 che scompare nella vasca di acciaio fuso. O almeno questo è il finale che ricordiamo tutti di Terminator 2 - Il giorno del giudizio. Quello che non tutti sanno, però, è che la pellicola di James Cameron avrebbe dovuto avere un happy ending: la scena, girata, scartata e poi recuperata come extra per le edizioni home video, è ambientata trent’anni dopo. Una Sarah Connor ormai anziana guarda John, nel frattempo diventato un senatore, giocare con sua figlia in un parco, e spiega che il Giorno del Giudizio non è mai arrivato. Il problema è che questo finale non lasciava molto spazio per eventuali seguiti, così lo studio chiese di accantonarlo.
La curiosità: Terminator 2 è stato inserito in tutta una serie di liste di film memorabili, come quella dei 100 film più elettrizzanti stilata dall’American Film Institute. Va sempre fortissimo anche in quelle dei seguiti venuti meglio dell’originale. Un campo, in effetti, in cui non è che ci sia tutta questa concorrenza…
Se Rambo vi sembra un film triste, è perché non avete mai visto il suo finale scartato. Nel romanzo da cui è tratta la pellicola, muoiono praticamente tutti, compreso il protagonista, ucciso da Trautman. Nel primo finale del film, invece, Rambo si uccideva da solo con la pistola del suo ex ufficiale. Durante una proiezione di prova, però, il pubblico trovò la scena troppo deprimente e Stallone ebbe buon gioco nel convincere la produzione a girare un finale meno drammatico. Il pubblico, sosteneva Sly, non aveva seguito tutte le peripezie di Rambo fino a quel momento solo per vederlo morire.
La curiosità: prima di Sylvester Stallone c’era già stato un Rambo del grande schermo… Tomas Milian! Per il suo personaggio nel poliziesco Il giustiziere sfida la città di Umberto Lenzi (1975), Milian aveva preso quel nome dopo aver letto il libro First Blood di David Morell, da cui sarebbe stato tratto anni dopo il film con Stallone.
L’esempio probabilmente più noto di questa piccola carrellata. Del Blade Runner di Ridley Scott esistono la bellezza di SETTE versioni diverse. Tutto ebbe iniziò perché gli screening furono accolti anche qui negativamente, perciò la Warner impose l’introduzione di un lieto fine (con delle scene in esterni pescate dal girato di Shining di Kubrick!) e della voce narrante fuori campo. Per vedere una versione più prossima al film voluto da Scott bisognerà attendere la Director’s Cut del ’92, in cui viene reintrodotta la fondamentale scena del sogno dell’unicorno. Fondamentale per capire che anche Rick Deckard, alla fine…
La curiosità: cosa manda giù quella geisha sui maxi schermi pubblicitari durante il film? Secondo il supervisore degli effetti speciali, David Dryer, si trattava di una pillola anticoncezionale. In sottofondo, si sente una frase di uno spettacolo del teatro No: "Iri Hi Katamuku," cioè il sole tramonta.
Da un capolavoro della fantascienza all’altro, restando sempre in casa di Ridley Scott. E, indovina un po’, anche qui il finale era molto più cupo di quello poi arrivato su schermo. Ripley, nelle intenzioni di Scott, avrebbe dovuto morire. Malissimo. Lo xenomorfo avrebbe dovuto infatti staccarle la testa, per poi rientrare nell’orbita terrestre imitando la voce del Capitano Dallas. Fortunatamente, lo xenomorfo è finito a far due passi nello spazio profondo, Ripley è sopravvissuta e James Cameron (sempre lui) le ha costruito attorno sette anni dopo un seguito clamoroso, Aliens - Scontro finale.
La curiosità: il nome della nave del primo Alien, la Nostromo, è un omaggio al romanzo omonimo di Joseph Conrad. Dallo stesso romanzo viene anche il nome della nave protagonista del secondo film della saga: nel Nostromo di Conrad, Sulaco era infatti il nome di un villaggio.
Di come il finale della “favola d’amore” televisiva più celebre dai tempi di Cenerentola, Pretty Woman, fosse MOLTO diverso e decisamente più cupo, abbiamo già detto in questo articolo . Resta a ogni modo un esempio perfetto di come le scelte della produzione possano cambiare completamente pelle a un film. Perciò via la droga e via soprattutto quella fine con lui che trascina lei fuori dall’auto e le getta addosso una busta con i soldi del suo compenso, prima di lasciarla in mezzo alla strada in lacrime. Perché no, con quel finale lì non l’avrebbero dato in TV ogni due secondi da quasi trent’anni…
La curiosità: il cambio di tono riguardò anche il titolo del film, che al posto di Pretty Woman (ispirato al brano di Roy Orbison del 1964 Oh, Pretty Woman, che fa parte anche della colonna sonora), avrebbe dovuto chiamarsi “3000”, cioè il costo (in dollari) della compagnia di Vivian a settimana. Romanticissimo, eh?