17 marzo 2016

Le tigri dello spazio (che praticano il kung fu)

Cos’hanno in comune un energumeno dipinto di verde e con i pantaloni strappati, un pirata fascinoso, un esperto di arti marziali, dei naufraghi dello spazio in pigiama e un tizio con la tuta costato un sacco di soldi ai contribuenti USA? Sono cinque modi diversi di vivere l’avventura in TV negli anni 70! di Alessandro “DocManhattan” Apreda
Chi c’era, ricorda. Chi è arrivato dopo, ne avrà sentito parlare all’infinito da genitori, cugini e fratelli più grandi, e magari si sarà imbattuto in qualche replica. Alla peggio, in Kabir Bedi finito sui set di Beautiful. Accompagnata dalla linea di basso ipnotica della sigla dei fratelli De Angelis, la tigre di Mompracem nata novant’anni prima dalla penna di Emilio Salgari sbarca sulla RAI nel ‘76. Allora i telefilm sono ancora “sceneggiati televisivi” e le sei puntate del teleromanzo di Sandokan (presto seguite da una seconda serie) diventano un vero e proprio fenomeno di costume, un grande cult autoctono da piazzare nell’immaginario collettivo del decennio. Accanto a Bedi, sul set Philip Leroy nei panni del corsaro portoghese Yanez de Gomera, Adolfo Celi in quelli del rajah James Brooke, Andrea Giordana (William Fitzgerald) e naturalmente Carole André, a rubare il cuore di Sandokan nelle vesti di Lady Marianna, la Perla di Labuan.
La curiosità: il regista di Sandokan, Sergio Sollima, era il padre di Stefano Sollima (showrunner delle serie Romanzo criminale e Gomorra). Carole André ha oggi 63 anni e detiene diversi record nel nuoto over 60, come quello sui 50 rana registrato a Roma lo scorso giugno.
La gif animata: rajah bianco, lì, Brooke? Mo’ sono fatti tuoi
È il 1975 quando i coniugi inglesi Gerry e Silvia Anderson, sodalizio artistico e nella vita, fucina di creatività già artefice di serie come Thunderbirds e UFO, danno vita alla più ambiziosa (e costosa) produzione mai vista sulla TV britannica. Co-prodotto dalla RAI, Spazio 1999 raccontava le avventure del comandante John Koenig (Martin Landau), della dottoressa Helena Russell (Barbara Bain) e degli altri occupanti della base lunare Alpha, spedita con tutto il nostro satellite naturale a spasso per il cosmo da una violenta esplosione. Una sorta di risposta europea a Star Trek, tra velivoli fantascientifici come le astronavi Aquila, situazioni improbabili e incontri con civiltà aliene. L’entusiasmo dei fan fu stroncato però dalla deludentissima seconda stagione. La causa? Gli Anderson si erano separati e Gerry venne affiancato dall’americano Fred Freiberger (producer della terza e ultima stagione di Star Trek nel ’68-‘69).
Venne aggiunto il personaggio di Maya (Catherine Shell), l’aliena con i basettoni da barbiere, mentre altri, come il Professor Bergman, sparirono senza una spiegazione. Si puntò di più sull’azione e perfino il rapporto tra Koenig e la Russell venne scaldato al microonde. Gli ascolti crollarono e il progetto di una terza stagione finì nel cestino.
La curiosità: l’improvvisa sparizione di alcuni membri di un cast di una serie viene definita Sindrome di Chuck Cunningham, in onore al fratello maggiore di Richie, sparito e mai più nominato in Happy Days.
La gif animata: superbignamino dalla sigla
Una musica tristissima al pianoforte e un uomo senza una casa alla quale tornare che si incammina su una strada di provincia, chiedendo l’autostop: il perfetto finale per gli episodi di un telefilm in cui un mostro verde scassava tutto? Sì, in qualche modo, sì. Hulk, il super-eroe della Marvel con il super-problema di diventare manesco nel suo alter-ego ai raggi gamma, diventa nel ’77 una serie della CBS andata avanti per 5 stagioni, fino al 1982. Bill Bixby è Bruce Banner, qui ribattezzato David Banner (in seguito David Bruce Banner) perché Bruce suonava troppo poco virile secondo i dirigenti della CBS. Don’t ask. A metterci i muscoli di Hulk, come noto, era Lou Ferrigno. Quello che non tutti sanno è che alla CBS volevano cambiare anche il colore di Hulk, facendo trasformare Banner in un gigante rosso, perché “era il colore della rabbia ed era più realistico del verde”. Alla Marvel risero di gusto e dissero che no, non si poteva fare. Salvo tirar fuori molti anni dopo un Hulk rosso e altri Hulk variopinti…
La curiosità: l’Hulk della TV ebbe modo di incontrare due colleghi super-eroi, oggi popolarissimi in TV e sul grande schermo.
Nel primo dei tre film TV generati dalla serie, La rivincita dell'incredibile Hulk, appare infatti un Thor a metà strada tra il dio del tuono della mitologia nordica e un pastorello del presepe.
Nel secondo, Processo all'incredibile Hulk, è la volta di Daredevil, con addosso un costume nero molto simile a quello visto nella prima stagione del telefilm Netflix.
La gif animata: a scelta, Hulk che s’incacchia di brutto e mostra i muscoli
Hulk che, ritrovata la calma, accarezza un coniglietto
Hulk che litiga col bancomat. E ciao calma.
“Everybody was kung fu fighting”, cantava Carl Douglas nel ’74, un periodo in cui gli USA (e di riflesso tutto il mondo occidentale, Italia compresa) vivevano la grande fascinazione per le arti marziali, per i film di Bruce Lee, per i corsi di karate per corrispondenza. E se non ti invitavano alla festa delle medie non importava, c’avevi judo. Incarnazione dello spirito di quegli anni, la serie Kung Fu con David Carradine. La storia è quella del sinoamericano Kwai Chang Caine, monaco Shaolin che attraversa il vecchio West alla ricerca del fratello e delle proprie origini. Aveva un tono particolare, Kung Fu, con questo protagonista che rifuggiva la violenza, aveva la calma olimpica e quasi mistica dei monaci Shaolin e citava il Tao Te Ching, il “Libro della via e della virtù”. Tra i più grandi fan del telefilm, Quentin Tarantino, che in futuro avrebbe voluto Carradine per interpretare il Bill di Kill Bill.
La curiosità: sembra proprio che l’idea del telefilm fosse di Bruce Lee. Lo prova quanto dichiarato dall’attore in un’intervista televisiva del ’71 (la serie avrebbe debuttato solo un anno dopo), solo che alla fine fu scelto un attore americano come Carradine. Ironia della sorte, il figlio di Bruce, Brandon Lee, apparirà sia nel film TV tratto dalla serie nel 1986, nei panni del figlio di caine, Chung Wang, sia come protagonista del pilot Kung Fu: The Next Generation (1987), ambientato ai nostri giorni e incentrato sul nipote, Johnny Caine.
La gif animata: il sempre inquietante maestro cieco Po
Un astronauta della NASA uscito malissimo dallo schianto di un velivolo sperimentale viene ricostruito con degli impianti bionici, nel corso di un’operazione costata… esatto, sei milioni di dollari del ’73. Con gambe, braccio destro e occhio sinistro artificiali, il colonnello Steve Austin (Lee Majors) può condurre le sue missioni da agente segreto, correndo più veloce di una 127 e demolendo i nemici con la forza di un caterpillar. Le scene al rallentatore, già sperimentate in TV da Kung Fu, tornano accompagnate dal celebre effetto sonoro elettronico.
Il successo del telefilm fece guadagnare uno spin-off durato 3 stagioni alla tennista Jaime Sommers (Lindsay Wagner), apparsa in un doppio episodio della serie, bionicizzata anch’ella dopo un incidente con il paracadute e resuscitata a furor di popolo.
La curiosità: all’inizio del ’77, prima che si iniziasse a lavorare all’ultima stagione del telefilm, si arrivò a un passo dal soppiantare l’attore protagonista, per via di beghe contrattuali tra Lee Majors e la compagnia. Tra i vari supplenti presi in considerazione, un giovanotto di nome Harrison Ford, giudicato però inadatto dai produttori per il ruolo di protagonista. Pochi mesi dopo esce Guerre Stellari e parte la gara di facepalm.
La gif animata: sfida di sguardi con Big Foot. Perde chi ride per primo