13 settembre 2016

Cloverfield: dal punto A al punto B passando per C

Si è parlato, e si continua a parlare, talmente tanto dell’apparato metatestuale di Cloverfield che il rischio è dimenticarsi che si tratta anche, soprattutto, di un film meraviglioso. Colpa di tante cose: di Blair Witch Project o meglio della sua incapacità di generare epigoni all’altezza per parecchi anni, al punto l’arrivo del primo found footage che ne raccogliesse efficacamente l’eredità ci si è affrettati a dichiarare Cloverfield “l’erede di Blair Witch” ignorando le (peraltro decisive) differenze di approccio. Di JJ Abrams, ancora in pieno trip Lost e solo felice di presentare il suo prossimo prodotto a suon di allusioni, marketing virale, mezze verità e immagini a effetto – fermo restando che la campagna di promozione di Cloverfield rimane una delle operazioni più interessanti del ventennio. Colpa del poster con la testa decapitata della Statua della Libertà, richiamo neanche troppo velato alle paure post-11 settembre, dei trailer senza titolo che avevano fatto nascere decine di forum di discussione e portato pubblicazioni blasonate a prendere cantonate clamorose – come USA Today che dichiarò con sicumera che “il film misterioso” sarebbe stato un adattamento live action di Voltron.
In altre parole, Cloverfield è un film che fa ancora parlare di sé, ma di cui pochi discutono.
Yankeezilla.
Cloverfield e il suo mostro nascono perché JJ Abrams, regista, sceneggiatore e produttore extraordinaire con idee molto forti su fantascienza, horror e dintorni, si convince che all’America manca un mostro. Il Giappone ha Godzilla, riflette l’uomo che contemporaneamente stava spiegando l’esistenza di un mostro di fumo su un’isola nel Pacifico, mentre gli States hanno al massimo King Kong – un mostro puccioso e carino, mentre Abrams crede che gli Stati Uniti post-11 settembre abbiano bisogno di qualcosa di più intenso e fuori di testa. La soluzione è: da un lato gli alieni, il che significa poter giocare con l’anatomia senza grosse pretese di plausibilità (il risultato è nella foto qui sopra), e dall’altro l’abbandono dell’approccio epico e magniloquente al cinema di mostri che caratterizzava, appunto, Godzilla e King Kong tra gli altri, sostituito dal trucchetto più banale (ormai) e potenzialmente efficace del cinema horror moderno: il found footage.
Se Godzilla si è sempre concentrato sul mostro, facendolo stagliare minaccioso contro gli skyline di Tokyo (quando va bene) o di New York (quando è andata malissimo), e King Kong sui sentimenti del mostro, Cloverfield sceglie invece di capitalizzare sulla ritrovata paura di un attacco domestico degli americani e di raccontare l’arrivo dei mostri dagli occhi terrorizzati e confusi delle vittime. Abrams e il regista Matt Reeves, al tempo ancora bambino prodigio, dicono così addio a campi lunghi, panoramiche e inquadrature a effetto per puntare sulla claustrofobia che solo una camera a mano (la scusa è la solita, qualcuno stava facendo riprese durante un party e ne ha approfittato per documentare il terrore) può garantire. Cloverfield è un film frenetico e confuso, dove l’empatia con il gruppo di protagonisti non è sapientemente costruita facendoci scoprire il loro carattere e i loro sogni, ma selvaggia, primigenia, una sorta di istinto di sopravvivenza vicario per il quale le riprese in soggettiva fanno da catalizzatore.
Da perderci la testa.
C’è d’altra parte anche la possibilità che il motivo per cui di Cloverfield si parla ma non si discute sia che non c’è molto da discutere: il film è di una linearità (e volendo anche prevedibilità) quasi archetipiche, i protagonisti devono andare dal punto A al punto B passando per C a recuperare un’amica e di fatto questo è tutto quello che fanno. Questo e avere paura, e noi con loro. Perché a scanso di equivoci, non c’è alcun problema nella semplicità estrema di Cloverfield, nella sua trama elementare e priva di intrecci, nella sua scelta di concentrarsi esclusivamente sull’adesso e di ignorare la big picture. «C’è un mostro e dobbiamo salvarci»: a un film che ambisce a diventare l’erede di Godzilla, prima ancora di Blair Witch Project, non serve molto altro. E per tutto il resto, be’, da pochi mesi Cloverfield è (finalmente) diventato un franchise, grazie a un sequel, 10 Cloverfield Lane, che ne promette infiniti altri; al mostro mancava solo questo.
«Cosa vuol dire che nel terzo non ci sarò?»