06 marzo 2016

Cinema dell'esperienza estrema

Il cinema claustrofobico rappresenta probabilmente una delle sfide più intense per i cineasti. A osservare le foto di scena e i making of di Room, si possono gustare tutte le strategie utilizzate da Lenny Abrahamson per piazzare la macchina da presa dietro le pareti, sotto il pavimento, in mezzo alla stanza in cui i due protagonisti sono rinchiusi da anni. Molti di noi, guardando il film appena premiato per la migliore attrice protagonista (Brie Larson), hanno vagato con la fantasia e con i ricordi cinefili, compresi quelli dalla storia del videoclip - chi rammenta il formidabile video che Tim Pope diresse per i The Cure, Close to Me, in cui la band suonava chiusa in un armadio? Dirigere in spazi stretti è dannatamente difficile, e diventa una sfida di enorme valore cinematografico. Una sfida, questa, che pare eccitare parecchio il cinema più recente, se è vero che abbiamo visto in pochi anni film girati principalmente in spazi stretti, dentro abitacoli di automobile (Locke), dentro una bara (Buried), dentro un ascensore (Devil), in una cabina telefonica (Phone Booth), in un crepaccio (127 ore), e così via. Persino l'idea stessa della vita in cattività, preda di un maniaco, vede Room affiancato da Chained di Jennifer Lynch. Gli esempi potrebbero continuare ma ha più senso chiedersi il motivo di tanta claustrofobia, se non fosse che poi ci accorgiamo che al tempo stesso il cinema contemporaneo è anche affascinato e spaventato dagli spazi aperti e sconfinati (Gravity, Revenant, Into the Wild, Wild ecc.). Possibile che due sentimenti estetici così opposti possano convivere? Forse sì, almeno se pensiamo al cinema di oggi come a un "cinema dell'esperienza estrema", dove ad avvincere gli spettatori sono racconti di sopravvivenza, survival movies che mettono i personaggi in condizioni radicali, di un tipo o di un altro, troppo esposti alla natura o troppo costretti da un impedimento meccanico. Tornando a Room, di cui non sveliamo i colpi di scena, vogliamo sottolinearne la forza emotiva centrata sul rapporto tra madre e figlio, cui Brie Larson e Jacob Tremblay danno una credibilità sorprendente (facendo anche capire che forse andavano premiati entrambi e insieme, vista la prova del bambino, da stropicciarsi gli occhi). Anche in questo caso, ad affascinarci è il ruolo genitoriale del favolista, che cerca di formare una realtà in forma di racconto per occultare al figlio ciò che di terribile sta accadendo: lo stesso meccanismo di La vita è bella e, mutatis mutandis, anche di Babadook, dove a finire in cantina alla fine sono i lutti e i traumi di una mamma e di un bambino. Ma gli stessi The Road o, in televisione, The Walking Dead, girano intorno a verità troppo sconvolgenti e a bambini cui si chiede di crescere troppo in fretta.
Questo cinema di esperienze sconvolgenti, maturazioni improvvise, fantasie a fin di bene, sopravvivenze al limite ci dice evidentemente qualcosa di noi, delle nostre fobie, dei nostri adattamenti a una realtà sempre meno leggibile, e forse a un mondo globale che viene a bussare alle nostre case. Come se volessimo esorcizzare il senso di colpa di un occidente che guarda con terrore (e forse stupore) a ciò che sono pronti ad affrontare altri esseri umani che in condizioni estreme ci vivono davvero, quotidianamente.
Crediamo che Room parli anche di questo, insieme a tutta la costellazione di titoli e suggestioni che abbiamo elencato, senza timore di eccedere in interpretazione. In fondo, anche la seconda parte del film (quella del nuovo adattamento) è un esempio di quanto complicato e lungo sia il viaggio verso una vera integrazione psicologica con l'altro, sia esso la famiglia, la comunità o una costruzione di fantasia che chiamiamo vita.