12 aprile 2016

Cinema à la carte, il cibo è protagonista

"Cinema à la carte" propone un'analisi ad ampio spettro di come si mangia e si è mangiato sul grande schermo fin dalla nascita della Settima arte. Concepito come un lungo pranzo, che parte dai fratelli Lumière per arrivare ai giorni nostri, il libro illustra per tematiche pellicole antiche e recenti, più o meno famose, in cui il cibo recita da protagonista svolgendo un ruolo preciso e passando di volta in volta a essere espressione di ricchezza o povertà. Sesso, amore o cannibalismo. Vendetta, crudeltà, diplomazia. Adulterazione e purezza. Dalla fantascienza del pioniere Georges Méliès all'uso che del cibo fecero Chaplin e John Ford, da Babette ai pranzi etnici tanto di moda - tra i quali spiccano quelli della sfida franco-indiana di Amore, cucina e curry -, Stefano Giani ci racconta con dovizia di particolari e di notazioni i pasti "cinematografici" di ieri e di oggi, tra storia, costume, società e gastronomia. Il volume si sforza pertanto di affrontare l'argomento per tematiche, nell'ambizione di sottolineare - al di là di confini geografici o categorie sempre discutibili - il ruolo, il compito e la funzione del cibo sul grande schermo. Si è così iniziato, nel primo capitolo, con una panoramica storica ad ampio raggio sull'uso dei pasti da parte della Settima arte nel corso dei decenni. Poi gastronomia e cinema sono diventate il fulcro e l'asse di riflessioni in rapporto alla storia politica, sociale e di costume che li ha caratterizzati. Questa complessa e articolata prospettiva si è scontrata con il fatto che lo spunto alimentare è solo una tra le altre componenti tematiche, all'interno di un composito tessuto di argomentazioni filmiche. E, in qualche caso, il cibo stesso ha coperto significati differenti all'interno di una stessa pellicola. A questo proposito, si è cercato di non tornare, a distanza di spazio, su film già trattati nelle pagine precedenti per non disorientare il lettore e per rendere agevole e poco dispersiva la consultazione. Laddove fosse accaduto, non era evitabile e si chiede comprensione a chi legge. Infine, si è scelto di isolare titoli, datati o recenti, ritenuti funzionali a mostrare la varietà di significati dei pranzi in celluloide. Pertanto, le opere qui tenute in esame - di varie nazionalità ed estrazione culturale - sono state individuate prevalentemente per le loro connessioni storiche e sociali con l'arte culinaria e non sono stati approfonditi gli altri temi al loro interno. Idealmente, pertanto, esse risultano prelevate da un'immaginaria cineteca per essere proiettate sulle pagine di questo libro. Accoppiamenti poco giudiziosi. Fra ingredienti intriganti. Sapori bizzarri. Birichine prodezze dei sensi. E amanti fantasiosi. Odissea del palato e profumo di lussuria. Pomodoro e sottoveste. Peperoncino e lucidalabbra. Le fiamme. Latte che inonda la bocca. Arsura da placare. E rivoli bianchi che colano dalla giuntura delle labbra. Nove settimane e mezzo (1986) di Adrian Lyne è la durata di una passione che maschera un amore a infelice fine tra una donna divorziata e un operatore di Wall street. L'amaro esito che lascia un profondo dolore nella coppia, al momento dell'addio, è l'eco di un'interrogativo irrisolto riguardo i reali sentimenti, obnubilati da un ardore fisico straripante. Il cibo è la componente di un gioco erotico su cui si regge l'intera relazione fra i protagonisti. È il solletico di quell'attrazione sessuale. Fatale e coinvolgente. Irresistibile. Il sapore piccante, lasciato assaporare alla donna a occhi chiusi, ha la funzione di stuzzicare i sensi attraverso la stimolazione del palato, privato del sussidio della vista. È sorpresa e stupore. È ritrovarsi preda di non dominabili sensazioni di possesso fisico, attraverso il potere di una spezia. Cibo, sesso e cinema si sposano in un connubio che oscilla fra estremi opposti. Dai capricci del fascino alla misteriosa ambiguità dell'equivoco di un desiderio incontrastato e birbante. La gola di Carlo Rim è uno degli episodi che compongono I 7 peccati capitali (1952), film diretto da vari autori. Un uomo resta a piedi con l'auto in avaria e cerca rifugio da una coppia di agricoltori. Il marito, introverso e timido, gli prepara una minestra e non esita a fargli assaggiare la sua preziosa caciotta. Per la notte, timoroso di risultare poco ospitale, decide di dare al malcapitato un posto nel talamo coniugale e si addormenta. A quel punto la moglie si offre esplicitamente allo sconosciuto che, nell'imbarazzo, tentenna.

Sotto le lenzuola, fra i due inizia un gioco a doppio senso. Tra sospiri, sguardi e seduzione la donna non nasconde la propria disponibilità. «Può farlo. Farà piacere anche a me». Ma l'ospite, con lo sguardo apparentemente fisso nel vuoto della misera casa, osserva il nulla e nicchia. «Mio marito non se ne accorgerà. E non sarò certo io a dirglielo» incalza. Ma l'altro resiste alla tentazione. Gesti e ammiccamenti rendono palpabili brame e voglie, ma nulla accade. «Lo faccia» insiste lei, perentoria. L'uomo allora si alza e va a mangiare il formaggio. La donna, delusa, si gira sotto le coperte e si addormenta. I fraintendimenti dominano i dialoghi in stridente contrasto con l'ambientazione povera, tutt'altro che intrigante. Solo una timida spia anticipa il sapore dell'invito al piacere. «È così pastoso. Piccante». L'incanto del peccato non ha il colore dei sensi. Amore svenduto per un cacio. La carne può essere cucinata in molti modi anche in celluloide. Sformato e timballo sono entrambi adatti a nascondere e dissimulare origini e dubbie provenienze. Perfino umane. Oppure può essere consumata cruda. Senza cottura.
Come il conte Ugolino:
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a' capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto

Disperato tentativo di alimentarsi della propria prole pur di sopravvivere. O come pranzo solenne. In gelatina. Senza vergogna. Come a dire che, se siamo quello che mangiamo, ci sbraniamo da vivi e anche da morti.
Il cinema non è andato per il sottile in un tema tanto scabroso e ne ha sottolineato le sfumature. Il cannibalismo memorialistico de La carne (1991) di Marco Ferreri dove il protagonista, per evitare l'addio dell'amante dopo giorni di gozzoviglie e passione, decide di ucciderla e conservarla in frigorifero, per trasformarla nei propri pasti. Ricorda le ore felici, ma soprattutto incorpora in se stesso l'amato bene. L'accoppiamento fisico è una forma tangibile del possesso sentimentale e appartiene alle necessità umane. Come mangiare. Conservarsi. Riprodursi. Ed è quanto avviene nella casa in cui Paolo e Francesca - i nomi dei personaggi richiamano ancora volti danteschi - letteralmente consumano - verbo spendibile in chiave gastronomica e per affari di cuore - la loro unione carnale. Antropologicamente e convenzionalmente si mangia di bene chi si ama. Figli o compagni di vita. Perfino religiosamente, con l'Eucaristia, ci si nutre del corpo e del sangue di Cristo, in una sorta di simbolica simbiosi. Il rapporto sessuale stesso è, a suo modo, un cibarsi fatto di sguardi che pregustano. Lingue che assaporano. In un processo talvolta fatto di teneri assaggi. E se mangiare significa vivere, ciò comporta l'introdurre cibo vitale in se stessi. Paolo non trova altro rimedio per non perdere Francesca, se non ospitarla dentro di sé in un atto disgustoso, che tuttavia si sposa con la fusione dei corpi, tipico dell'intreccio amoroso. Una sorta di cannibalismo legato a culti tribali e primitivi proviene dal passato come eco di sette che seducono nuovi proseliti sulla base di riti antichi, per arricchire il guru di turno. È in estrema sintesi la parodia di Mangiati vivi! (1980) di Umberto Lenzi dove una donna, ricercando la sorella svanita nel nulla, finisce in Nuova Guinea a contatto con una comunità che, seguendo gli insegnamenti del maestro, era tornata alle origini. Nutrendosi dei propri simili. E naturalmente uccidendosi al momento giusto. Ovvero quello in cui il venerabile possa eclissarsi con le donazioni ricevute dagli adepti. L'uomo che mangia un altro uomo è parte della messinscena che prospetta una fuga dalla realtà verso una condotta selvaggia, artificiosa e repellente. Più di ciò che si lascia alle spalle.

Se il cannibalismo può essere parte dell'imbroglio, esso sconfina in violenza e malattia mentale ne Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme. Hannibal, ex psichiatra e criminologo, è detenuto con l'accusa d'aver ucciso e divorato alcuni pazienti, ma è l'unico che può aiutare a catturare un pericoloso assassino. Il prezzo della sua collaborazione è un regime meno restrittivo e Hannibal Lecter riesce a fuggire, ma ormai ha costruito un profondo rapporto con l'agente. Il protagonista è dunque un medico, con evidenti turbe mentali, che lo spingono a sbranare i malati, pur mantenendo un'apparente lucidità unita a timori di pericolosità. La brutalità e la rigida ambientazione carceraria sono l'ideale completamento di una chiave di lettura in cui cibarsi dei propri simili non è più frutto di disperazione o distorsione sentimentale, ma un incubo crudele. Benché non siano mostrati particolari di pranzi umani, il tema aleggia con insistenza e nelle ultime scene, dalla latitanza, Lecter si mette in contatto con la poliziotta e le annuncia di «avere un vecchio amico per cena». Il particolare che fa la differenza è la preposizione. A cena o per cena sono concetti differenti, ma colloquialmente intercambiabili. E Hannibal attende al varco l'ex direttore del carcere, con il quale ha appuntamento. Il cannibalismo con maggior rilievo cinematografico è quello connesso al tema della vendetta. Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante (1989) di Peter Greenaway racchiude molti dei motivi finora incontrati, toccando violenza, arroganza, morte e una forma di erotismo che lambisce l'amore. Il bandito Albert Spica taglieggia i locali della zona e porta i suoi sgherri a mangiare in un ristorante francese, di proprietà di un raffinato chef, che egli ha costretto a diventare suo socio. Sguaiato, sboccato e tracotante, maltratta i suoi scherani e la moglie Georgina perché non può aver figli. Stanca dei suoi soprusi, la donna fa amicizia con un avventore solitario che pranza leggendo libri. Conosciutolo nei bagni, durante una pausa degli stucchevoli banchetti, si apparta ripetutamente con lui, finché viene smascherata da una prostituta, amica del marito. Pazzo di gelosia, Spica tortura un inserviente per sapere dove siano nascosti i due, tuona di volersi mangiare quell'uomo e, quando lo trova, lo uccide. Georgina convince allora il cuoco a cucinare in gelatina il corpo dell'amante e, in una serata riservata al compagno, gli fa portare in tavola l'insolito pasto. Sotto tiro di rivoltella lo costringe a mangiarne le carni per mantenere l'incauta minaccia e, dopo l'orripilante boccone, gli spara. Se Big night è l'occasione mancata, il quesito irrisolto in cui non si chiarisce se prevalga l'inflessibilità o il compromesso, se la colluttazione conclusiva preluda a un ritorno dei due fratelli nel Paese natio o a una riveduta strategia imprenditoriale della ristorazione, Amore, cucina e curry (2014) di Lasse Hallström è la storia di un altro braccio di ferro, franco-indiano stavolta, in una cornice a metà strada fra xenofobia e globalizzazione. Da un impeto di estremismo nazionalista che mette a ferro e fuoco un ristorante di Mumbai, una famiglia si trasferisce in Europa per avviare l'attività che l'incendio ha distrutto. Un iniziale tentativo in Inghilterra abortisce perché «le verdure non hanno un'anima», ma il riferimento è più ambizioso e non si limita al gusto assente di pomodori e zucchine, riallacciandosi al retroterra coloniale di difficili rapporti fra India e Regno Unito.
Il gruppo approda così nel sud della Francia dove riadatta una vecchia cascina abbandonata dirimpetto al Saule Pleureur, il raffinato locale di madame Mallory, alla ricerca della stellina che lo proietterebbe nell'empireo gastronomico. L'iniziativa dei nuovi venuti provoca l'ostracismo della proprietaria. È guerra di viveri. La donna li taglieggia, impedisce loro il rifornimento al mercato, dove prenota l'intera merce affinché essi non possano acquistarla. Il cibo diventa ostaggio di una competizione che si sposta sul terreno etnico. Capretto al tandoori contro piccione ripieno. Umiltà popolare contro pregiudizi elitari. Musica colta di ambienti di classe contro orecchiabili ritmi dozzinali. Profumi controllati ed esalazioni penetranti. La fama di una cucina ricercata e la trappola per il passante occasionale. Consapevolezza della diversità. «Gli indiani non diventeranno mai francesi e viceversa» reclama il capofamiglia alludendo agli spiragli di una convivenza tuttavia possibile. E il cibo scandirà le fasi del processo di integrazione. Fin dall'avvio esso costituisce l'unità di comunicazione tra due culture apparentemente inconciliabili. L'approccio. É il benvenuto nella disavventura. L'apertura delle porte della propria casa. Una giovane donna soccorre stranieri, in difficoltà con l'auto, dopo un incidente sfiorato. Li ospita e offre loro quanto ha da mangiare. L'incontro fra indigeni e immigrati si svolge a tavola.

La rivelazione. Il clima confidenziale apre spiragli alla condivisione di aspettative e desideri. I nuovi arrivati spiegano di essere alla ricerca di un luogo dove aprire il loro ristorante. L'iniziale stupore si trasforma subito in simpatia, perché la gastronomia è il denominatore comune della vita lavorativa delle due comunità.

L'attrito. Gli indiani ottengono la gestione di un cascinale di fronte al locale dove lavora come sous chef la ragazza che li ha soccorsi. L'insidia di volumi commerciali ridotti e la vicinanza di dirimpettai scomodi e rumorosi innesca un conflitto fatto di tradizioni. Profumi. Rumori. Vedute. I sensi sono risvegliati e sollecitati. Senza limitazioni.

La guerra. Il cibo è ostaggio di un braccio di ferro dove alternativamente l'uno tenta di tagliare i viveri all'altro per soffocarlo. Dallo stadio preliminare alla preparazione dei piatti - impossibile cucinare senza ingredienti - il conflitto si trasferisce su un piano politico e sociale. Il sindaco abbozza un ruolo da intermediario diplomatico, ma la sua tela è distrutta dall'impeto xenofobo dello chef che, nella notte dei festeggiamenti per la presa della Bastiglia, lascia loro scritto sul muro «La Francia ai francesi». E incendia Maison Mumbai.

Il riavvicinamento. Parte dal confronto fra i due opposti versanti culturali interni alla storia francese, sorprendentemente nati negli stessi anni prerivoluzionari. La violenta intransigenza della Marsigliese, vera e propria chiamata alle armi, e la tolleranza del motto Liberté, égalité, fraternité. In nome di questo, Madame Mallory licenzia l'attentatore e si sottopone all'umiliazione di cancellare di suo pugno le parole offensive. Riconosce l'abilità dello chef indiano, che vince la sfida cucinandole un'omelette, lo assume e lo strappa ai familiari, nonostante la resistenza del padre, sicura della conquista dell'agognata stellina. L'arte culinaria unisce, ma reca dolore. La coesione ritrovata lascia coni d'ombra proprio in cucina, nei difficili rapporti sentimentali e lavorativi tra i due cuochi.

Il trionfo. Anche il raffinato ristorante francese deve arrendersi all'avvenire che attende il giovane indiano. Trova la decisiva affermazione professionale a Parigi e rinnova la nouvelle cuisine con un crocevia di sapori euroasiatici. Diventa uno dei volti più popolari, ma la nostalgia lo spinge a rinunciare alle sirene della notorietà per raggiungere la terza stella dalla cucina della Saule Pleureur.

La fusione. L'elaborato cibo del trionfo non è il pranzo quotidiano, fatto di aromi dimessi che tuttavia arrivano al cuore. L'affermato chef torna tra due famiglie divise da quei cento metri, cui si fa riferimento nel titolo originale, "The hundred foot journey". Sono i passi di un'integrazione compiuta. Il successo umano. Emblema di unità familiare. Razziale. Ancora simboleggiata da una portata, preparata a quattro mani dai promessi sposi.