20 giugno 2017

Carrie Fisher: ecco cosa ha svelato l'autopsia sulla star di Guerre stellari

La sua morte è dovuta alla sindrome delle apnee nel sonno, ma nel suo corpo è stato anche trovato un mix di droghe

 

A distanza di diversi mesi dalla sua morte, sono arrivati i risultati dall'autopsia effettuata sul corpo di Carrie Fisher. La storica interprete della principessa Leila nella saga di Star Wars è scomparsa all'età di 60 anni il 27 dicembre 2016, dopo essere stata colpita da un infarto pochi giorni prima, il 23 dicembre, mentre si trovava su un volo partito da Londra e diretto a Los Angeles.

 

La causa del suo decesso, stando a quanto riportato dal coroner della Contea di Los Angeles, sarebbe stata: “sindrome delle apnee nel sonno assieme ad altri fattori, tra cui arteriosclerosi e utilizzo di droghe e farmaci”.

 

Secondo quanto è emerso dall'esame tossicologico, sono state trovate tracce di varie droghe nel corpo dell'attrice: cocaina (che sarebbe stata assunta entro le 72 ore precedenti alla morte), alcool e oppiacei (metadone) e MDMA (anche nota come ecstasy). Inoltre i risultati indicano una “esposizione all’eroina, anche se non è possibile stabilire né in quante dosi, né quanto è durata l’esposizione a essa”.

 

Il coroner specifica inoltre che non è possibile stabilire se e quanto le droghe possano aver contribuito alla sua morte: “In base alle informazioni tossicologiche, non possiamo stabilire il significato della presenza di diverse sostanze stupefacenti presenti nel sangue e nei tessuti della signora Fisher in relazione alla causa del decesso”.

 

La figlia attrice di Carrie, Billie Lourd, dopo la diffusione dei risultati dell'autopsia ha rilasciato una dichiarazione molto toccante al magazine statunitense People: “Mia madre ha combattuto contro la dipendenza dalle droghe e la malattia mentale per tutta la vita. Alla fine, ci è morta. In tutte le sue opere ha sempre parlato apertamente del marchio sociale che circonda queste malattie. Parlava della vergogna che tormenta le persone e le loro famiglie quando devono affrontare queste malattie. So che mia mamma voleva che la sua morte incoraggiasse le persone ad aprirsi e a parlare delle proprie battaglie. Cercate aiuto, combattete affinché siano stanziati fondi governativi per programmi dedicati alla malattia mentale. La vergogna e lo stigma sociale sono nemici del progresso verso le soluzioni e, alla fine, una cura. Ti voglio bene Momby”.