10 settembre 2017

Baby Driver, fuga a tempo di musica

Ci sono almeno tre aspetti che verosimilmente costituiscono altrettanti punti di forza di Baby Driver e che ne spiegano, almeno in parte, il successo. Il primo e più macroscopico è quello del rapporto tra musica e immagini. Siamo di fronte a un salto di qualità del rapporto tra film e repertorio delle canzoni rock e pop, che già aveva intensificato la sua presenza negli ultimi anni. Complice la straordinaria valorizzazione della storia della musica popolare e delle sue nicchie nell'epoca delle piattaforme digitali, anche la presenza accumulatoria di brani provenienti da tutti i generi e le nicchie musicali si è moltiplicata nel cinema contemporaneo (con la professione del music supervisor sempre più importante). In Baby Driver, grazie all'idea del protagonista vittima di acufene e sempre provvisto di cuffie, il repertorio musicale non è più un commento ma il vero protagonista emotivo, sentimentale e relazionale del film. Gran parte delle soluzioni di montaggio e di regia seguono la costruzione musicale dei brani, con piani sequenza più o meno fluidi a seconda del ritmo armonico del pezzo.
Il secondo aspetto è quello dell'azione. Dopo anni in cui il genere action è stato risucchiato all'interno dei blockbuster - insieme alle sue figure distintive, come l'inseguimento e lo scontro - si sta facendo strada (letteralmente) il ritorno di questo cinema, capitanato dalla saga di Fast & Furious ma puntellato anche da produzioni più piccole, e per questo artigianalmente seducenti, come Baby Driver. Chi definisce il film "fracassone" è meglio cambi sala. Queste sono le regole dell'action, piaccia o meno. Meglio astenersi, se il problema sono le sgommate, gli stridii, i tagli di inquadratura sul dettaglio del cambio e del volante, le auto che saltano per aria al rallentatore e le fughe contromano. Il terzo aspetto consegue da quest'ultimo, ed è lo stile. Non è un caso che Edgar Wright, la cui carriera gli permette ormai di fare certe dichiarazioni, abbia menzionato Driver l'imprendibile di Walter Hill come modello cui ispirarsi. Pensare che Baby Driver sia una versione infantilistica - fin dal titolo - della pellicola con Ryan O'Neal non è un insulto. D'altra parte lo stesso Hill ha più volte sposato la dimensione action con l'umorismo e la comicità dei caratteri, come nel seminale 48 ore. Per essere come Walter Hill negli anni Ottanta, però, non può bastare qualche citazione e un approccio concreto al set. Bisogna anche credere in un cinema schiettamente popolare ma privo di tutte le puerili (queste sì) soluzioni d'immaginario del digitale. Sebbene Baby Driver non possa dirsi un film completamente analogico, visto che si basa in gran parte su musica riprodotta e ascoltata digitalmente, è al tempo stesso un esempio di vero e proprio pop cinema alternativo a Hollywood. Merito, certo, dei virtuosismi di regia: basta osservare la fuga in automobile della scena iniziale, che è per l'action ciò che è stato per il musical il numero di balletto all'inizio di La La Land. E anche costruzione squisitamente "cinematica" della struttura visiva, con fluidità, movimento, ritmo garantiti da ciò che il linguaggio filmico mette a disposizione da sempre piuttosto che dalle scorciatoie di post-produzione.
Non sorprende, dunque, che a parità di inventiva Baby Driver non si sia fermato all'altezza di un potenziale cult, come invece aveva il precedente ed estroso Scott Pilgrim vs. the World, ma abbia trovato un pubblico ben più ampio.