14 marzo 2016

Ave, Caesar, Morituri te salutant

Molti penseranno che Ave, Cesare! parli della grande Hollywood classica e invece fotografa il luccicante mondo californiano sull'orlo del precipizio, quando il pubblico sta cambiando, la televisione sta per imporsi, il sistema degli studios in procinto di indebolirsi e la crisi pronta a mordere. Solo così si possono comprendere i dialoghi tra il protagonista Mannix e la compagnia aerea che gli offre un importante lavoro di manager, a patto che abbandoni presto la nave dei folli di Hollywood. Ma Hollywood è una droga, e rinunciarvi - non importa con quale compenso - pressoché impossibile.
I Coen dunque girano una commedia con venature farsesche per dire che Hollywood è una cosa seria: un'industria piena di stravaganti cialtroni e al tempo stesso di professionalità straordinarie; di ipocriti legulei e di geniali organizzatori; di vaccari promossi al ruolo di star e di ballerini straordinari. Tutto e il contrario di tutto, pur di elevare a sistema un capitalismo fiabesco, osteggiato al massimo da un gruppuscolo di sceneggiatori comunisti.
E proprio da quest'ultimo espediente narrativo bisognerebbe partire per far sorgere qualche dubbio sull'operazione, comunque cinefila e documentata, di Joel e Ethan Coen. I due fratelli ci hanno abituato a un sarcasmo ineffabile e a continui rivolgimenti sull'oggetto del loro humour ebraico. Pur tuttavia, nella filologica restituzione di figure e fatti reali (i nomi sono spesso cambiati, ma è facile per lo storico riconoscere quel che realmente avvenne a Hollywood in quegli anni), i Coen per esempio decidono di ignorare il maccartismo, macchina impietosa di denuncia, delazione e umiliazione che colpì il fior fiore degli scrittori per il cinema proprio in quegli anni. Conoscendo quella vergogna incivile, è più difficile farsi matte risate sugli stupidotti che credono a Marcuse e sul sommergibile sovietico che emerge dalle acque su cui si specchia la sontuosa villa del miliardario marxista.
Ovviamente, a farsi certi scrupoli, si fa la figura degli ingenui, quelli che non conoscono quanto può essere urticante e onnicomprensivo lo scherno dei Coen, visto che nessuna ideologia (nemmeno religiosa, come si nota dal dibattito tra ministri della fede in una scena del film) esce senza almeno qualche osso ammaccato. La verità, per i Coen, è una pia illusione a Hollywood, e allora tanto vale raccontarsi delle storie e tenere in piedi un mondo che, per quanto corrotto e fanfarone, realizza pur sempre la nostra materia preferita dell'immaginario, i film. E aver scelto proprio una industria in declino e in trasformazione può dare qualche indicazione, forse, sul fatto che Ave, Cesare! è un manifesto di poetica, o - se non questo - almeno un'indicazione dei propri rapporti controversi con Hollywood.
In ogni caso Ave, Cesare! sembra far parte di quella filmografia minore dei Coen dove - volendo spingere il pedale del grottesco e del comico - i registi sembrano spassarsela assai più dello spettatore (come del resto dimostra anche il successo piuttosto contenuto, almeno su suolo americano). E spesso si tratta dei film con George Clooney (Prima ti sposo poi ti rovino, Burn After Reading, ma in fondo anche Fratello, dove sei?, pur salvato dalla formidabile colonna sonora bluegrass), dove l'attore ricorre sempre al registro più istrionico ed eccessivo del suo repertorio, con esiti non sempre brillanti.
Un film molto accademico su Hollywood, dove il dissidio tra l'omaggio appassionato e la presa per i fondelli intellettuale a danno di tutto e tutti rimane irrisolto e irritante. Ma forse proprio in questa discrepanza si gioca il fascino di Ave, Cesare!, come se la stessa Hollywood finisse con lo sfuggire di mano ad artisti abituati a controllare mentalmente ogni cosa, quali sono i Coen. La verità, per i Coen, è una pia illusione a Hollywood, e allora tanto vale raccontarsi delle storie e tenere in piedi un mondo che, per quanto corrotto e fanfarone, realizza pur sempre la nostra materia preferita dell'immaginario, i film.