06 maggio 2016

Affari sporchi- L'opera in bilico fra due strade

Nel 1990 Mike Figgis era un videoartista al suo secondo film e con una carriera anomala, ancora tutta da costruire. Si innamora della sceneggiatura di Henry Bean (un altro dalla carriera bizzarra, il cui maggior successo è Basic Instinct 2) e ne dà una lettura psicologica morbosa, anziché concentrarsi sul thriller d’azione. E fa bene, perché se le sequenza d’azione sono semplicemente soddisfacenti, la caratterizzazione dei personaggi lo è molto di più.
A dirla tutta, Figgis non è mai stato un grande regista d’azione; anche in questo caso le sequenze che dovrebbero essere più adrenaliniche soffrono di un’orchestrazione e di un montaggio un po’ troppo macchinosi, mentre vedere poliziotti al ralenty che si lanciano in voli di cinque metri per scansare un’automobile fa sorridere – o forse è cambiato il nostro occhio di spettatori ormai abituati a virtuosismi registici fluidi e velocissimi.


Ma dove il regista brilla, e fa brillare un cast perfetto, è nella complessa, ambigua rete di rapporti fra i poliziotti protagonisti e le loro mogli; ne scaturisce un’interazione costantemente ambigua e mutevole. Richard Gere, qui in una delle sue prove migliori, sfrutta il suo fascino e gli occhietti stretti per dar vita a un Dennis Peck viscido, odioso e allo stesso tempo tremendamente affascinante; Peck non è solo un efferato criminale e un poliziotto corrotto: è un uomo ossessionato dal possesso, sia di beni materiali sia di corpi umani. Circuisce uomini e donne con lo stesso istinto da cacciatore, li invade con la sua fisicità strabordante e sempre sensuale. Il suo diretto antagonista, Raymond Avila, ha invece gli occhi nervosi di Andy Garcia, perfetto amalgama di mascolinità ferita e di torreggiante senso di giustizia. Il terzo uomo, il poliziotto violento Van Stretch, è fin dall’inizio la vittima designata; William Baldwin gli dà un’aria costantemente indifesa e disperata.


La sezione femminile non è meno importante: Peck ha uno stuolo di ambigue amanti che intrecciano le loro trame e muovono di nascosto i destini dei loro mariti; fa anche il pappone per prostitute statuarie e surreali. Avilla invece è fiancheggiato da due donne forti e moderne: l’amatissima moglie Kathleen (Nancy Travis), e Amy, la collega poliziotta implacabile e sarcastica (Laurie Metcalf). Ad entrambe sono concesse battute affiliate e scene madri di grande intensità emotiva (in particolare il litigio urlato fra Kathleen e Raymond) che rende indimenticabili sia i personaggi sia le bravissime attrici.


Naturalmente Figgis filma l’intrigo come un’opera d’arte, con dovizia di sequenze allucinate, quasi oniriche; anche gli ambienti più prosaici, come l’ufficio dei poliziotti, vengono filmati da angolazioni sempre più sghembe a mano a mano che la sanità mentale del povero Raymond vacilla. Il risultato è un film ibrido, insolito, troppo “arty” per essere un semplice poliziesco ma troppo “di genere” per assurgere a un livello lynchiano. Proprio in questo equilibrio fra le sue due anime sta l’originalità irripetibile di Affari Sporchi: è l’opera seconda di un regista chiaramente ad un bivio, in bilico fra due strade, e che per adesso sceglie di non sceglierne nessuna.