31 gennaio 2016

Le 10 migliori serie tv degli anni ‘70

Semplicemente, la rappresentazione degli anni ‘50 più conosciuta nel mondo. Tutto quello che è apparso in Happy Days è entrato nell’immaginario collettivo, a cominciare da personaggi come Fonzie (Henry Winkler), passando per abitudini e modi di dire. Prodotto di spicco della serie è Ron Howard, che interpretava il protagonista Ricky Cunningham e che sarebbe poi diventato uno dei registi più importanti di Hollywood. Undici stagioni e oltre 250 episodi per entrare nel mito.
Di nuovo una serie che racconta storie degli anni ‘50: questa volta però non siamo negli Stati Uniti, ma in un ospedale da campo durante la guerra di Corea. Ispirata all’omonimo film di Robert Altman, ha per protagonisti medici militari (l’acronimo sta per Mobile Army Surgical Hospital), le cui vicende vengono raccontate con ironia. M*A*S*H* è andata in onda per undici stagioni, portando a casa premi di ogni tipo, tra cui 14 Emmy. L’ultimo episodio, trasmesso nel 1983, è ancora oggi il finale più visto nella storia della tv americana, con oltre 108 milioni di spettatori.
Tre bellissime ragazze che lavorano come investigatrici private e ricevono le proprie missioni da un capo misterioso che non verrà mai visto in faccia. Bastano questi elementi per trasformare una serie che sarebbe potuta essere una delle tante, in un prodotto destinato a rimanere di successo anche a trent’anni di distanza, grazie alla sua trasposizione cinematografica. Nonostante i recenti reboot, però, gli angeli di Charlie restano loro: Jaclyn Smith, Kate Jackson e Farrah Fawcett, sostituita dalla seconda stagione da Cheryl Ladd.
Il biondo, il moro e una macchina. Bo, Luke e il Generale Lee. Bastano questi tre nomi per risvegliare ricordi di giornate passate davanti alla televisione: in Italia li abbiamo visti in migliaia di repliche a tutte le ore del giorno e della notte, ma negli Stati Uniti gli episodi di Hazzard sono stati per anni tra i primissimi nelle classifiche di ascolto. Fuorilegge buoni in costante lotta con poliziotti corrotti, i due cugini Duke scorrazzano per l’immaginaria contea di Hazzard per quasi 150 episodi.
La storia è di quelle classiche: prendi due personaggi, toglili dal loro contesto e mettili in un mondo a cui non appartengono e di cui non potranno mai far parte veramente. In questo caso si tratta dei due fratelli Arnold e Willis Jackson, che alla morte della madre vengono adottati da una ricca famiglia che li sposta da Harlem a Manhattan. La situazione migliore per creare equivoci, far nascere tormentoni (“Che cavolo stai dicendo, Willis?”) e trasformare lo sfortunato Gary Coleman in un mito generazionale.
È la storia dell’improbabile amicizia tra un alieno e una terrestre, ma è soprattutto il primo ruolo importante di Robin Williams, grazie al quale il comico iniziò la sua grande carriera. Nata come spin-off di Happy Days (ebbene sì: a un certo punto in Happy Days arriva l’alieno Mork), è diventata una delle serie simbolo di come già negli anni ‘70 si cercasse di inserire elementi altri all’interno delle classiche comedy famigliari. Come spesso accade con queste serie, non manca il tormentone, in questo caso il saluto con la mano a V, tanto simile a quella di Star Trek.
Nonostante una grande tradizione, il genere western non ha mai avuto in televisione la stessa popolarità ottenuta al cinema. Fanno senz’altro eccezione titoli come Bonanza e, appunto, La casa nella prateria, entrambe caratterizzate dalla presenza di Michael Landon tra i protagonisti. Lungo le sue nove stagioni, La casa nella prateria racconta l’epopea degli Ingalls, famiglia di coltivatori del Minnesota, formata dai genitori Charles e Caroline e dalle figlie Mary, Laura, Carrie e Grace.
Due ragazze e un ragazzo che occupano la stessa casa: basta questo per dare vita a una commedia degli equivoci capace di raccogliere consensi, ascolti e premi lungo le sue otto stagioni, risultando per due anni la seconda più vista negli Stati Uniti. Tre cuori in affitto è una delle prime serie a stabilire un grande classico delle comedy americane, ovvero la compresenza di un appartamento e di un bar come luoghi centrali delle vicende raccontate.
Lo dice già il titolo: i protagonisti sono due e come spesso accade sono completamente diversi tra loro. Stursky è moro, con un passato nell’esercito e un atteggiamento rude, da strada. L’esatto opposto del biondo Hutch, ligio alle regole. Insieme formano la miglior squadra possibile, nonché una delle coppie di detective più celebri nella storia della televisione. A bordo della loro Gran Torino rossa, in fondo Starsky & Hutch sono stati protagonisti di una delle prime storie di bromance raccontate dalla tv.
Se è vero, come raccontava Hitchcock, che il treno è uno dei posti migliori per ambientare un thriller, Love Boat ci insegna che la nave da crociera è l’ambiente ideale per una serie tv a metà tra la comedy e la soap opera. Amori, tradimenti e incomprensioni di ogni tipo si incrociano nei 250 episodi della serie, che si concluderà definitivamente solo nel 1990 dopo quattro episodi speciali annuali. L’equipaggio sempre in bianco e l’eleganza dei crocieristi diventeranno un quadro perfetto di stile e moda a cavallo tra ‘70 e ‘80.
Tutti gli elementi degli anni ‘70 hanno superato la prova del tempo, andando oltre il tempo stesso. Dalla moda alla musica, passando per il cinema: nessuno può odiare li anni ‘60. E nessuno può dimenticare le più belle serie tv degli anni ‘70, perché certi nomi e personaggi sono risuonati nelle nostre televisioni a lungo: dal mondo senza tempo di Happy Days, a titoli iconici come Hazzard e Love Boat, le serie tv migliori degli anni ‘70 per tutti sono la versione audiovideo delle favole che ci leggevano da bambini. Un conforto rassicurante, alle cui repliche non possiamo mai dire di no.